sabato 22 luglio 2017

Guida rapida agli addii...

...di Anne Tyler.


La scheda del libro sul sito della Guanda

Aaron e Dorothy sono una coppia all'apparenza male assortita, eppure vivono in armonia fino al giorno in cui la grossa quercia dietro la loro veranda cade sulla casa uccidendo Dorothy e lasciando Aaron in preda al dolore. Quando Dorothy inizia ad apparirgli nelle situazioni più disparate, Aaron cerca di scoprire se c'è una ragione, se Dorothy sta tentando di comunicargli qualcosa e se semplicemente la mente sta cominciando a fargli brutti scherzi.
 
La cosa più sorprendente, quando mia moglie tornava dal regno dei morti, era la reazione degli altri. Per esempio un pomeriggio, all’inizio della primavera, stavamo facendo una passeggiata in Belvedere Square quando incrociammo il nostro vecchio vicino di casa Jim Rust. «Che sorpresa» mi disse. «Aaron!» Poi scorse Dorothy al mio fianco. Lei lo guardava da sotto in su, proteggendosi dal sole. Jim sgranò gli occhi e si girò di nuovo verso di me. Gli dissi: «Come va, Jim?» Lui cercò chiaramente di darsi un contegno. «Oh... benissimo» disse. «Cioè... voglio dire... certo che ci manchi. Il quartiere non è più lo stesso senza di te!» Era concentrato solo su di me, e più precisamente sulla mia bocca, come se fossi io quello che stava parlando. Non guardava Dorothy. Si era girato di qualche centimetro per escluderla dalla visuale. Mi fece pena. Dissi: «Be’, salutami tutti, allora» e proseguimmo. Al mio fianco Dorothy sbottò in una delle sue risatine asciutte.

Ecco un libro difficile da recensire. Si tratta di un romanzo che tocca un tema delicato come l'elaborazione del lutto. Lo fa con estrema delicatezza e con uno stile minimal che rende la lettura scorrevole e veloce. 
Il protagonista, Aaron, perde la moglie in maniera improvvisa e traumatica: un albero cade sulla loro casa e uccide Dorothy, mentre lui si salva solo per pura casualità.
Il romanzo è ambientato nei giorni e nei mesi immediatamente successivi all'incidente, quando Aaron, stordito, ferito e scioccato, tenta di riprendere le fila della sua vita, e si ritrova circondato da persone che, sebbene un pochino bizzarre, tentano di aiutarlo, ognuna a modo suo. Il problema è che Aaron, che ha una disabilità motoria, è cresciuto con una madre e una sorella iperprotettiva, e non vuole l'aiuto di nessuno. Ma questo sembra essere un dettaglio trascurabile per gli altri personaggi che popolano la storia.
I personaggi sono appunto la cosa che mi ha colpito di più: sono decisamente non convenzionali, a volte buffi con le loro manie, ma anche molto dolci e delicati. Facile per il lettore stabilire una certa empatia con ognuno di loro.
C'è Aaron , che è particolare non certo per la sua disabilità, ma per come la affronta, tenendo lontano tutto e tutti e innamorandosi di una donna che sembra la compagna più improbabile di tutte, ma invece, almeno all'inizio il rapporto sembra funzionare.
Dorothy, precisa, metodica, bada poco ai fronzoli e alla superficie e va dritta al punto, tanto da presentarsi al primo appuntamento con il camice da dottoressa, direttamente dall'ospedale dove lavora.
Nandina, la sorella di Aaron, sembra un sergente di ferro, ma in realtà è una persona romantica pronta a dar retta al suo cuore, senza perdere il suo aplomb, comunque.
Poi ci sono i colleghi di Aaron, che lavora nella propria piccola casa editrice, che pubblica principalmente guide rapide per affrontare qualunque evento, cambiamento, emergenza (dalla ristrutturazione della cucina al divorzio). I riferimenti alle guide e a come affrontare la vita secondo lo stile dei libricini pubblicati dalla C. E. di Aaron sono una delle cose più tenere e divertenti del romanzo.
 
Eppure, come accennavo prima, non sono sicura che il romanzo mi sia davvero piaciuto, e trovo difficile recensirlo dando il giusto risalto ai suoi pregi come ai suoi difetti. Se ho apprezzato i personaggi e la delicatezza con cui il tema viene trattato, devo però constatare che c'è qualcosa di sospeso, di incompiuto nella narrazione, che mi ha impedito di apprezzare il romanzo fino in fondo. Dorothy va e viene e ci permette di ricostruire la vita sua matrimoniale con Aaron attraverso gli aneddoti che lui (narratore in prima persona) racconta. Così scopriamo che la vita apparentemente serena dei due era condita da troppi silenzi, troppe cose date per scontate e troppa poca empatia.
La scoperta procede per salti perché il racconto non è lineare, essendo i fatti narrati non in ordine cronologico, ma seguendo il filo dei pensieri di Aaron.
Ebbene, tutto questo dove ci porta? Dov'è la trama? Qual è la storia? Il filo rosso che dovrebbe condurci tra l'incipit e l'epilogo manca, io mi sono sentita quasi come se girassi a vuoto, come se la lettura fosse stata inconcludente.
 
Anne Tyler, della quale avevo letto e apprezzato Una spola di filo blu, scrive della quotidianità, delle piccole cose che compongono la vita; ma in questo caso gli episodi narrati non riescono ad essere incisivi e a lasciare il segno nel cuore del lettore.
Insomma, un romanzo piacevole ma non indimenticabile, con un finale un po' troppo consolatorio e zuccheroso.
 
Voto: 6

martedì 18 luglio 2017

Gli occhi del Salar...

... di Roberta Gallego.


La scheda del libro sul sito della TEA

La Procura di Ardese, in Piemonte, non lontano da Torino, si trova alle prese con un caso terribile: un intero scuolabus è sparito con l'autista e i suoi piccoli occupanti, tutti, tranne uno, appartenenti alla ricca borghesia del posto. E' un sequestro a scopo di estorsione? O c'è dell'altro? La Procura mette in campo tutte le risorse a sua disposizione per ritrovare i bimbi rapiti il più presto possibile.
 
Certe volte penso che a furia di leggere compulsivamente un genere che mi piace, finirò per non essere più impressionata o stupita da niente. Che leggerò libri che poi dimenticherò dopo poche ore, perché non hanno niente di nuovo da raccontarmi. E invece.
E invece mi capita tra le mani, per caso, un volume che oltretutto è il quarto di una serie (chiamata Procura Imperfetta), e capisco che il giallo, e il giallo italiano in particolare, ha ancora tanto da dire.
 
La particolarità e l'originalità di questo romanzo stanno nel fatto che l'indagine è raccontata dal punto di vista di un'intera Procura della Repubblica, presso il Tribunale di Ardese. Alle investigazioni dunque partecipano e contribuiscono tutti, il procuratore, i sostituti, i poliziotti e i carabinieri in quota alla Procura, gli uscieri e gli impiegati, e anche qualche giornalista. Con uno stile asciutto, essenziale ma non scarno, la Gallego ci mostra la vita in una procura italiana, e ci svela con semplicità i meccanismi che sono alla base di un'indagine criminale. Questo è quel qualcosa in più che distingue questo romanzo dagli altri dello stesso genere.
 
I personaggi sono davvero tanti, e possono creare, almeno inizialmente un po'di confusione nel lettore, anche perché a seconda del punto di vista usato in quel particolare capitolo o paragrafo, un personaggio può essere chiamato per nome o per cognome. Comunque basta farci attenzione, e per ogni evenienza all'inizio del romanzo c'è un comodo elenco di tutti i membri della Procura, che torna sicuramente utile.
Dicevo dei personaggi, troppi per nominarli tutti. Sembrano formiche industriose che si muovono sullo sfondo degli uffici della Procura, ma non perdono la loro individualità né il loro spessore.
La bravura dell'autrice è stata proprio quella di riuscire a creare un romanzo corale in cui però i singoli personaggi riescono a spiccare comunque. 
 
Il caso sembra essere un tipico rapimento a scopo di estorsione: e sembra esserci anche un comodo capro espiatorio, l'autista dello scuolabus, il quale, non essendo del posto e essendo per di più meridionale, viene immediatamente crocefisso dal popolino e dalla stampa come pervertito, mostro e camorrista.
Come magari saprete, io sono sensibile al tema del pregiudizio verso i meridionali. E' stato piacevole leggere come l'autrice ha inserito e trattato il tema, senza retorica, senza proclami ma con molta naturalezza, descrivendo fatti che accadono tutti i giorni ma senza banalizzarli o sminuirli. Una piccola tragedia sullo sfondo di una grande, tremenda tragedia quale è la sparizione di un gruppo di bambini.
Mi è piaciuta molto questa frase:

[due colleghi magistrati parlano telefonicamente riguardo gli articoli giornalistici  che hanno già condannato l'autista e la sua famiglia] «E riguardo agli articoli di stampa... San Gennà, futtatenne», lo salutò con tono di profondo affetto Rotunno, citando una scritta che compariva sui muri di Napoli dagli anni Ottanta, in replica a un’iniziativa, poi abortita, di spostare la festa del santo patrono, divenuta, per tutto il popolo del Sud, un’esortazione filosofica a guardare avanti dopo ogni sgambetto della Storia.
 
La procura, comunque, crede poco all'ipotesi dall'autista nelle vesti del rapitore; ma non sembrano esserci altre piste, mancando anche una qualsiasi richiesta di riscatto.
Lo scuolabus giallo e i bambini sembrano esseri spariti nel nulla, inghiottiti dalla terra ,come si dice che capiti nel deserto di sale del Salar, in Bolivia, dove ci sono i cosiddetti "occhi", che inghiottivano le carovane. Si tratta di buchi nella superficie salata dai quali esce l'acqua sottostante, e che in certe condizioni di luce sono quasi invisibili, diventando così pericolosi (1).
La trama riesce a mettere addosso al lettore la giusta dose di ansia, riesce ad intrigarlo mettendo in campo dubbi, misteri e scheletri negli armadi delle famiglie coinvolte. Come sempre in questi casi, non c'è tempo per indagare coN calma. Il tempo, nemico di ogni indagine, qui è nemico anche e soprattutto delle piccole vittime. 
La soluzione al caso giunge gradualmente e non è affatto banale, tutt'altro.
 
Questo è il classico libro che, dopo aver letto qualche pagina necessaria per ambientarsi, non si riesce a mettere giù.
Insomma, adesso non mi resta che acquistare gli altri tre volumi della serie e colmare le mie lacune.

Voto: 7 e 1/2
 
(1) Definizione tratta da Wikipedia

venerdì 14 luglio 2017

Lo scheletro che balla...

...di Jeffery Deaver.


Lincoln Rhyme, criminalista tetraplegico dalla mente e dalle conoscenze prodigiose, collabora con l'FBI per catturare un killer professionista soprannominato, a causa di un tatuaggio, lo Scheletro che balla. Il killer dà la caccia a tre importanti testimoni in un caso di traffico d'armi, e riesce a ucciderne uno, pilota e titolare di una piccola compagnia di trasporti aerei, piazzando una bomba sul suo velivolo. L'FBI attiva il programma di protezione testimoni per i due superstiti, rispettivamente moglie e collega della prima vittima.  A Lincoln e alla sua collaboratrice Amelia Sachs toccherà il compito di arrivare al killer prima che riesca a completare la sua missione.
 
Questo romanzo è il secondo della serie dedicata a Lincoln Rhyme, criminalista costretto su una sedia a rotelle da un incidente avvenuto sulla scena di un crimine anni prima. Se il corpo di Rhyme non è più quello di una volta, la sua mente è invece capace di straordinarie collegamenti e deduzioni; le sue conoscenze nel campo della balistica, della chimica, della fisica, degli esplosivi sono immense e sbalorditive. Bloccato nella sua stanza, egli cercherà di catturare lo Scheletro, uomo pericoloso che ha già ucciso, in passato, due suoi collaboratori. La sua collega e amica Amelia Sachs, giovane e brillante poliziotta, sarà il suo braccio e i suoi occhi là dove lui non può andare.

Fin dalle prime pagine il romanzo è pieno di riferimenti tecnici molto specifici sulle materie di competenza di Rhyme; i dettagli tecnici sono un filino complessi da seguire ma non impossibili da capire, e questo è positivo. Andando avanti però questa sovrabbondanza di dettagli tecnici tende a stancare e a risultare ripetitiva.

La trama è configurata come una lunga partita a scacchi. Le menti del criminalista e del killer sembrano essere affini e ragionare seguendo gli stessi schemi; perciò ad ogni mossa dell'uno, corrisponde la contromossa dell'altro, fino alla resa dei conti finali.
Questo schema inizialmente ha suscitato il mio interesse, ma alla lunga mi ha stancata e annoiato un po'. Considerata anche la mole del libro (siamo intorno alle 400 pagine) risultava ovvio che le trappole di Rhyme  fossero destinate a fallire fino a quando non ci fossimo avvicinati abbastanza al gran finale.
Alcune deduzioni e scoperte di Rhyme, poi, hanno più del divinatorio che dello scientifico. E anche alcune imprese dello Scheletro, specie alla luce della rivelazione che ci verrà fatta nel finale, hanno dell'incredibile, e c'è da chiedersi se il killer non avesse preso in prestito un certo mantello dell'invisibilità da un collega letterario.

Il plot twist finale, devo dire, l'ho trovato inverosimile e un po' forzato, troppo teso a sbalordire il lettore a tutti i costi.
E'un peccato, perchè libro è scritto in maniera intelligente, è dettagliato, curato, ma non mi ha convinta fino in fondo. Lo svilupparsi della trama è troppo ripetitivo; i personaggi non sempre riescono ad arrivare al cuore del lettore. Mi è piaciuto molto Lincoln Rhyme, anche se credo che l'autore abbia esagerato nell'attribuirgli qualità e competenze. Mi è parsa meno coerente Amelia Sachs, i cui comportamenti sembrano compulsivi e guidati da una qualche ossessione che sfugge al lettore. Forse, essendo questo il secondo volume di una serie, c'è qualcosa che mi sfugge. La co-protagonista esterna alla serie, Percey Clay, uno dei testimoni da proteggere, ha un comportamento così irritante, egoista ed incosciente che non ho fatto altro che sperare che il killer riuscisse ad arrivare a lei.

Devo anche ammettere che questo tipo di thriller non è il mio genere, e perciò il mio giudizio può risentire di questa circostanza.

Voto: 6 e 1/2

venerdì 7 luglio 2017

Voce di lupo...

... di  Laura Bonalumi.

La scheda del libro sul sito della Piemme

Marco ha tredici anni, e la morte del suo migliore amico lo spinge a fuggire tra i boschi che ama tanto, sperando, in questo modo, di ritrovare se stesso, la serenità perduta e la forza di affrontare il mondo dopo aver perso una delle persone a che amava di più.
 
Questo romanzo per ragazzi tratta di un tema molto delicato: l'elaborazione del lutto. Marco, il protagonista che narra la storia in prima persona (interrotto solo per dare brevemente spazio ai pensieri di Chiara, sua amica, e dei suoi genitori), è un ragazzino come tanti che deve fronteggiare qualcosa di difficile da accettare: la morte improvvisa di qualcuno cui vogliamo bene. In più Marco si sente in colpa, perché il suo amico, Giacomo, è morto davanti ai suoi occhi per un incidente durante un'escursione in montagna, ambiente che entrambi adoravano.
Marco decide di elaborare il lutto a modo suo, fuggendo dalle offerte di aiuto, dagli sguardi compassionevoli e dalle domande a metà strada fra la curiosità morbosa e la pena. Ha bisogno di solitudine, di ritrovare se stesso, e capisce che deve farlo da solo.
Ecco, questo è l'aspetto che ho più apprezzato del romanzo. C'è una profonda saggezza nel messaggio di fondo di questa storia: ognuno di noi ha bisogno di tempo e di spazio per elaborare il dolore ed imparare a conviverci. E il fatto che in questo caso si tratti di un ragazzino appena adolescente non cambia questa verità. Marco è un protagonista che, sebbene ferito, dimostra grande maturità, e paradossalmente la dimostra proprio compiendo un gesto avventato come la fuga da casa. Capisce di cosa ha bisogno e agisce di conseguenza.
Troppo spesso forse noi adulti vorremmo i ragazzi felici e spensierati, esigiamo quasi che lo siano, dimenticandoci che i sentimenti, anche quelli negativi come il dolore o la rabbia, hanno bisogno di tempo per essere metabolizzati e non vanno soffocati, ma accolti e compresi.
Con molto delicatezza e credibilità l'autrice si cala nella testa di Marco, cercando di spiegare a noi lettori le sue ragioni; e benché da adulta non posso non pensare alla pericolosità della situazione in cui Marco si caccia, devo ammettere che le sue ragioni, spiegate lucidamente, sono razionali e logiche.
 
Nonostante trovi che questo libro sia stato scritto bene, non mi ha soddisfatto in pieno. Belle le riflessioni, bello il contesto e profondo e commuovente lo spunto narrativo di partenza, ma a parer mio tutte queste premesse sono state sfruttate poco. Il romanzo è molto (troppo?) breve e molto poco "storia".
Probabilmente il problema è mio perché non amo le trame che sono ferme dal punto di vista narrativo, che non sono dinamiche, insomma.
Avrei preferito qualche evento in più, piuttosto che una lunga e solitaria riflessione di Marco sul valore dell'amicizia, sulla vita e sulla morte. Questo non toglie che le riflessioni siano anche belle e profonde, come ho già detto sopra, ma a me non sono bastate. A tratti mi sono anche annoiata un po'.
Anche il finale non mi ha detto molto, anzi, mi è sembrato ampiamente prevedibile.
 
Voto: 6 e 1/2
 

lunedì 3 luglio 2017

Venti di tempesta...

...di Charlotte Link.


La scheda del libro sul sito della casa editrice Corbaccio

Estate 1914. La giovane e capricciosa Felicia Degnelly trascorre l'estate a Lulinn, la tenuta dei nonni nella Prussia Orientale. Bellissima e volitiva, Felicia è innamorata dell'unico uomo che non è caduto ai suoi piedi: Maksim Marakov, giovane idealista con simpatie socialiste. Lo scoppio della guerra cambierà per sempre la sua vita. Felicia si sposerà giovanissima, e conoscerà gli orrori della guerra in prima persona; cercherà di mantenere a galla se stessa e la sua famiglia mentre il mondo crolla intorno a lei, senza mai smettere di inseguire l'unico amore della sua vita.
 
Venti di tempesta è il primo volume di una trilogia che racconta l'epopea della famiglia Domberg-Degnelly attraverso il '900 e i noti sconvolgimenti storici che hanno segnato questo secolo. Il romanzo copre un periodo che va dal 1914 al 1930. Sono anni talmente densi di avvenimenti (la Grande Guerra, la Rivoluzione Russa, la Repubblica di Weimar, l'ascesa del nazismo, la Grande Depressione) che praticamente un romanzo ambientato in quest'epoca si scrive da solo.
Nessuno poteva uscire indenne dagli eventi epocali di quel periodo. E ovviamente questo vale per Felicia, la quale, sebbene giovanissima, viene suo malgrado travolta da quel fiume in piena che è la Storia, e si ritroverà, per varie circostanze per lo più tragiche, ad essere l'unico punto di riferimento di una famiglia altrimenti allo sbando.
Venti di tempesta è un grande e dettagliato affresco di quegli anni. I personaggi sono molti; Felicia è la protagonista ma intorno a lei si muovono molti comprimari, ognuno dei quali mette in luce un aspetto diverso di quegli anni.
Da questo punto di vista il romanzo ha molto da offrire al lettore, anche grazie allo stile e alle scelte dell'autrice, che dipana la trama rapidamente senza indugiare troppo in determinate situazioni, ma risolvendole velocemente. A dire il vero, se da un lato questo conferisce ritmo al romanzo, dall'altro, in alcune circostanze, mi ha irritata vedere Felicia nei guai fino al collo, per poi ritrovarla, dopo poche pagine, perfettamente al sicuro perché nel frattempo era capitato qualcosa, che non viene mostrato al lettore, che l'ha tratta d'impaccio. Anche il finale risente di questo difetto; quando tutto sembra perduto, arriva qualcuno dal passato di Felicia a tirarla fuori da guai. Troppo facile, secondo me.
Nonostante questo, il romanzo mi è piaciuto perché possiede una sua forza narrativa.
 
Se però questa recensione vi richiama alla mente qualcosa di familiare, sappiate che non siete gli unici ad avere questa impressione. Venti di tempesta ricorda Via col vento anche a me. Tantissimo.
Alcune scene sembrano riprese pari pari da quel romanzo - c'è una scena in cui Felicia, la cui tenuta è vicina al confine russo, si trova da sola in casa con un malato. Un drappello di soldati russi fa irruzione e lei li affronta sulle scale della grande villa. Se avete letto Via col vento, o visto il film, sapete a cosa mi riferisco. La stessa Felicia ricorda Rossella O' Hara e il suo amore impossibile per Ashley (qui "interpretato" da Maksim Marakov, giovane idealista che lei, pragmatica fino all'eccesso, non comprende, e per questo desidera).
In ogni caso questo leggero senso di deja-vu non mi ha disturbato eccessivamente, anche perché credo che per quel che riguarda questo tipo di scene si tratti più di un omaggio al capolavoro della Mitchell piuttosto che di un tentativo di plagio.
Altre situazioni, invece, specie quelle riguardanti la vita sentimentale di Felicia ricalcano in maniera più profonda quelle presenti in Via col vento e risultano un tantino più moleste.
 Eviterò di menzionare dettagli riguardo queste situazioni per non fare spoiler sulla trama, ma se conoscete Via col Vento, e ricordate Rossella e Franco Kennedy beh... preparatevi ad incontrarli di nuovo.
A me la cosa non ha infastidito più di tanto, forse al causa del mio fanatismo verso Via col vento, ma presumo che altri lettori potrebbero trovarlo irritante.
 
Dove credo invece che Venti di tempesta sia manchevole è nella raffigurazione dei personaggi, che sembrano attingere più alla tradizione letteraria di genere che a una vera e propria costruzione autonoma. Ne risente, di conseguenza, anche la loro evoluzione psicologica. Insomma, per farla breve, ho letto una bella storia, ma i personaggi non mi hanno né affascinata, né emozionata. Felicia è una superficiale egoista, che vuole non solo sopravvivere ma anche non dover rinunciare mai a nulla, non importa quante persone dovrà calpestare e quante vite dovrà distruggere (comprese le sue stesse figlie). Non evolve, non acquista profondità emotiva, e quando arriva un evento tragico che potrebbe davvero  segnarla e farla riflettere su cosa stia combinando, ecco accorrere in suo soccorso l'amorevole nonna che le dice "tranquilla, cara, non è colpa tua. Auto-assolviti pure!", cosa che lei ovviamente e prontamente fa. Non posso rivelare l'evento ma credetemi se vi dico che invece sì, era colpa sua. Totalmente ed esclusivamente colpa sua. Un'occasione persa per la crescita del personaggio.
L'unico che mostra un embrione di evoluzione è Maksim Marakov, a cui comunque non è concesso tantissimo spazio. Gli altri personaggi, per quanto potenzialmente interessanti perché, come detto, rappresentano ognuno un punto di vista diverso sugli avvenimenti storici, restano poco sviluppati e piuttosto bidimensionali.

Insomma, una bella storia, ambiziosa e dettagliata nella sua ambientazione, ma con personaggi che potevano essere sviluppati decisamente meglio.
Difficile dare un voto a questo romanzo. Direi un 7 se siete amanti di questo genere di storie (come me); meno (ma sempre sopra la sufficienza) se non siete degli appassionati.
 

mercoledì 28 giugno 2017

Agatha Raisin e la casa infestata...

di M. C. Beaton.


La scheda del libro sul sito della Astoria Edizioni

Con l'aiuto dell'ambiguo Paul Chatterton, suo nuovo vicino, Agatha questa volta indaga sul caso di una vecchia casa di proprietà di una sgradevole e anziana signora, la quale sostiene che la sua dimora sia infestata dai fantasmi. Agatha e Paul decidono di passare una notte nel cottage in questione, ed effettivamente qualcosa accade. Una strana nebbiolina comincia a filtrare sotto le porte... Agatha fugge urlando in preda al panico, ma quando poi il fenomeno paranormale si rivelerà essere ghiaccio secco, appare evidente che qualcuno tenta di spaventare l'anziana donna. Poiché la lista di persone che potrebbero essere responsabili dei fatti è molto lunga, e soprattutto  per riabilitarsi agli occhi di Paul, Agatha decide di indagare. Quando poi la vecchia signora viene uccisa, l'indagine si fa ancora più seria e serrata.

Come probabilmente già saprete, Agatha Raisin è una ex PR londinese, che è andata in pensione anticipatamente coronando il sogno di trasferirsi nei Cotwolds, deliziosa regione della campagna inglese costellata di villaggi e cottage. Qui, nel villaggio di Carsley, Agatha crede di trovare il paradiso in terra. Ma le abilità apprese nello spietato mondo delle pubbliche relazioni londinesi - trafficare, blandire, minacciare persino per ottenere un risultato - non sono utili nella tranquilla cmapagna inglese, e Agatha si ritrova ad essere una signora di mezza età, senza amici e con troppo tempo libero e poca autostima (cosa che a Londra mascherava con una esagerata aggressività).
 
In questa quattordicesima indagine, nonostante di acqua ne sia passata sotto i ponti, M. C. Beaton riesce a non ripetersi e a rendere  l'avventura ben definita e diversa dalle altre.
Intendiamoci, gli elementi di base di questi romanzi sono sempre gli stessi: la personalità di Agatha, i delitti che coinvolgono persone all'apparenza banali e la campagna inglese.
A questo però l'autrice sa aggiungere ogni volta quel tocco di mistero che rende ogni storia unica e interessante.
Prendiamo l'ambientazione: è quanto di più classico si possa immaginare, ma l'autrice riesce a modernizzarla e renderla dinamica.
La vittima, all'apparenza una vecchia signora petulante e maleducata in cerca di attenzioni, è più complessa (e più antipatica) di quanto sembri all'inizio. E questo oltre a fornirci spunti interessanti, allarga anche il giro dei sospettati.
La protagonista, Agatha, non è ferma e compiutamente matura come gli altri detective del giallo classico, e soprattutto non è mero strumento di risoluzione del caso. Agatha è una donna in crisi che non sa di essere in crisi, e sta seguendo un lento percorso di mutamento personale. Sta cominciando a capire molto di se stessa, e poco degli altri (ma ne è consapevole).  Sebbene continui a fantasticare ad occhi aperti sui vicini che di volta in volta occupano il cottage che fu del suo ex-marito James Lacey, riesce, di tanto in tanto, a rimettere i piedi per terra, e ad usare il senso pratico, che non le manca affatto, anche quando si tratta di questioni di cuore.
 
In più Agatha comincia a codificare lentamente, e a tratti inconsciamente, la sua cifra stilistica investigativa: domandare tutto a tutti, frugare di qua e di là possibilmente senza che la polizia lo venga a sapere, tenere gli occhi aperti e aspettare. Incredibilmente, il metodo funziona.
 
La trama gialla è simpatica, piene di svolte e vicoli ciechi, ma comunque lineare nella sua logicità, e semplice da seguire. Non per questo la soluzione è meno apprezzabile, anzi, tutt'altro, perché fino all'ultimo minuto chiunque dei sospettati potrebbe avere commesso il delitto in questione.
Ci vuole il tocco personale di Agatha e le sue intuizioni per arrivare alla verità e salvare anche una vita umana.
 
Voto: 7 e 1/2.

domenica 25 giugno 2017

La vendetta del diavolo...

... di Joe Hill.


La scheda del libro sul sito della Sperling & Kupfer

E' l'anniversario della morte della sua adorata fidanzata, violentata e uccisa nei boschi, e Ig Parrish, creduto da tutti l'assassino dell'amore della sua vita, è ormai allo sbando. Trascorre questa notte dolorosa tra eccessi alcolici e atti blasfemi. La mattina dopo, si risveglia non solo con un tremendo mal di testa dopo-sbronza, ma anche con un paio di inquietanti corna sulla testa.
Sicuro di essere in preda alle allucinazioni, Ig cerca di farsi visitare da un medico, ma scopre che le corna sono solide, reali e hanno dei poteri...
 
Questo romanzo è davvero molto molto particolare. Le prime pagine sono quasi surreali, ma affascinanti. Il risveglio di Ig con le corna da diavolo sulla testa è una premessa originale, e lo sviluppo dell'azione segue con maestria la confusione di Ig, che diventa la nostra quando sembra che nessuno faccia le domande giuste, che nessuno noti davvero  con orrore  che l'aspetto di Ig va mutando, lentamente ma decisamente, verso quello tradizionalmente attribuito al Diavolo. Ma perché nessuno fugge urlando alla sola vista del protagonista?
Lo scopriamo poco a poco, e con abilità l'autore ci porta alla scoperta dei mutamenti subiti nella notte da Ig; le corna non sono una semplice caratteristica fisica, ma conferiscono a Ig delle abilità che inizialmente lui preferirebbe non avere. Ben presto però il ragazzo scopre che quelle abilità potrebbero aiutarlo a scoprire cosa è davvero successo la notte in cui Merrin, la sua fidanzata, è stata uccisa. E naturalmente potrebbero aiutarlo a vendicarsi.

La scoperta, confusa e frammentaria, di quanto profondi siano i cambiamenti subiti dal ragazzo è molto intrigante, ma purtroppo viene bruscamente interrotta da un lungo flashback sull'adolescenza di Ig e suo fratello Terry, anch'egli personaggio chiave della vicenda, sui loro amici e su come abbiano conosciuto Merrin. Certo, in parte le notizie contenute in questa digressione sono utili per la comprensione dei personaggi - e in questo romanzo, la comprensione dei personaggi con le loro motivazioni, fragilità e segreti è tutto - ma non ho apprezzato che il flashback spezzasse il filo narrativo sulla trasformazione di Ig. Il filo si spezza, e anche dopo la fine del flashback la narrazione non riesce a tornare tesa e vibrante come era prima.
Nonostante questo, penso che il romanzo sia interessante, anche se le doti soprannaturali di Ig non sono più il fulcro narrativo; la ricerca della verità sull'omicidio di Merrin, condita con altri flashback più brevi e sicuramente meglio integrati, diventa il tema centrale del romanzo, e suscita l'interesse del lettore.

Gli elementi sovrannaturali credo siano serviti a Joe Hill semplicemente come pretesto per raccontarci l'animo umano, e fornirci una personale variante sul tema: chi è davvero  il mostro, quello con le corna rosse che spuntano dal cranio, o l'altro - la cui identità ovviamente non posso rivelare - che aspetta acquattato nell'ombra, pronto a fare del male a chi gli sta intorno per futili motivi? La risposta non scade nel banale, perché l'autore sembra dirci, nel finale, che trasformarsi in mostri o meno dipende molto dalle circostanze e poco dalle nostre decisioni.
Non sono sicura comunque che questo sia il messaggio che Joe Hill vuole comunicare, perché il finale citato presenta degli elementi soprannaturali o meglio surreali che non sono sicura di aver inquadrato bene.
Anche per questo, il voto che darò al romanzo non è altissimo, anche se nel complesso il romanzo mi è piaciuto. Come magari saprete, secondo me gli  spiegoni nei libri vanno bene solo se a farmeli sono Hercule Poirot o Jane Marple; ma qui sento proprio la mancanza di qualche barlume di conoscenza in più;  alcuni passaggi sono oscuri, troppo criptici per poter dire di aver apprezzato (e compreso) il romanzo in pieno.

Voto: 6 e 1/2

sabato 24 giugno 2017

Era di maggio...

... di Antonio Manzini.

 
Tre giorni dopo la chiusura del caso che riguardava il rapimento di un'adolescente, Chiara Berguet, figlia di noti imprenditori locali, il vicequestore Rocco Schiavone si trova solo con la rabbia, il dolore ed il rimorso. Mentre lui indagava sul rapimento, e riusciva a ritrovare sana e salva la vittima, qualcuno entrava in casa sua e uccideva Adele, sua vecchia amica, ospite ad Aosta per qualche giorno.
Rocco non avrà pace finché non troverà il colpevole. Nel frattempo però, un uomo legato al rapimento Berguet viene ucciso in carcere in circostanze sospette. Il vicequestore indaga.
 
Era di maggio è un romanzo molto intenso. Giunti al quarto romanzo, cominciamo a conoscere bene il vicequestore Rocco Schiavone. Un uomo burbero, scontroso, che non si fa problemi ad oltrepassare la linea che divide il crimine dalla legge, che possiede un senso di giustizia personale, e che nonostante tutto è un buon poliziotto. Ha fiuto, sa indagare, non si tira indietro una volta entrato nel vivo di un'indagine.
Oramai lo conosciamo bene, dicevo, eppure in ogni romanzo Manzini riesce a dettagliare il suo personaggio con nuove sfumature.
Qui, in particolare scopriamo Rocco com'era nel passato, e scopriamo che in fondo, non era tanto diverso da come si presenta adesso. Insomma, non è stata la tragica morte della moglie Marina a trasformarlo nell'orso scostante e maleducato che è oggi. E questo sinceramente mi piace, perché disegna la figura di un uomo che è quello che è, ed in più si porta appresso un grande fardello. Non si tratta di un personaggio, come spesso accade, modellato dalle circostanze.
 
La serie delle indagini del vicequestore si è anch'essa evoluta romanzo dopo romanzo. L'attenzione si è lentamente spostata dalle indagine e dai metodi poco ortodossi di Schiavone fino a puntarsi su Rocco Schiavone stesso. Questo libro e il precedente (recensito qui) aprono ampi squarci sul passato del poliziotto. Scopriamo le sue amicizie pericolose con piccoli criminali; scopriamo che Rocco non ha mai considerato un problema arrotondare lo stipendio in maniera non propriamente legale, e scopriamo che nonostante tutto faceva anche il poliziotto, e soprattutto lo faceva bene, anche se il suo senso di giustizia non coincideva con i limiti stabiliti dalla legge e dalla legalità.
Il passato è tornato a bussare alla porta, e Schiavone reagisce facendo quello che sa fare meglio: il segugio. Riesce a star dietro a due indagini contemporaneamente. La prima è delicatissima perché legata sia al rapimento di Chaira Berguet, sia alle infiltrazioni della malavita nella Pubblica Amministrazione; l'altra è delicatissima perché riguarda lui stesso, i suoi amici romani ed il suo passato. Pezzo dopo pezzo Rocco riuscirà a comporre entrambi i mosaici. Uno dei due però, quello che lo riguarda, non è ancora completo.
 
Un romanzo in cui l'indagine e le vicende personali dell'investigatore si fondono e completano in maniera egregia, raccontandoci non solo di un caso criminale, ma parlandoci di un uomo e dei suoi tormenti in maniera intensa e toccante.
 
Voto: 8
 

mercoledì 21 giugno 2017

Il metodo della fenice...

... di Antonio Fusco.


La scheda del libro sul sito della Giunti

Il commissario Casabona, nella sua terza indagine, dovrà scoprire il colpevole dell'omicidio di una giovane donna, il cui cadavere viene ritrovato tra i rifiuti, sotto un ponte alla periferia di Valdenza. Sul luogo ci sono molti indizi utili per la Scientifica e l'indagine sembra avviarsi molto rapidamente verso la sua conclusione. Troppo rapidamente, secondo il commissario, che dopo la morte del presunto colpevole in un incidente d'auto sospetto, continua ad indagare, fino a scoprire che l'omicidio potrebbe avere legami con la società bene di Valdenza e della provincia. Indagando con caparbietà e metodo, Casabona porterà alla luce segreti sepolti da molto, troppo tempo.
 
L'indagine, che si allargherà sempre più, fino a costringere gli inquirenti a scavare nel passato, tocca corde sensibili nell'animo del commissario Casabona, che qui è particolarmente fragile, perché si trova in fase di separazione, e dorme in una stanzetta per il personale nel palazzo della questura. Fragilità però non vuol dire debolezza, anzi, tutt'altro. In questo caso il commissario trarrà dalla propria situazione le motivazioni giuste per andare avanti caparbiamente nell'indagine.
 
Le vicende su cui indaga il commissario Casabona hanno due ordini di pregi. In primo luogo, sono sempre casi interessanti e coinvolgenti dal punto di vista umano.
In questo romanzo, in particolare, mi ha colpito la costruzione delle vittime e delle persone implicate nel caso. La donna ritrovata tra i rifiuti è una entraîneuse in un night club; il presunto colpevole, che poi finisce convenientemente in fondo ad un lago con la macchina, è invece un pornoattore locale. Si tratta di due personaggi a cui sarebbe molto facile appiccicare un'etichetta stereotipata e poco lusinghiera. Invece Antonio Fusco ne ricostruisce l'animo, i sentimenti, le motivazioni con grande sensibilità, tratteggiando due personaggi, che sebbene non compaiano mai sulla scena in prima persona, sono molto vividi e umani.
In particolare, con  la costruzione della vittima, a cui l'autore dedica le ultime righe del romanzo, Fusco è riuscito a commuovermi.
 
In secondo luogo, la solidità dei dettagli investigativi conferisce pregio e spessore all'intreccio e a tutto il romanzo. I romanzi di questo autore sono veri gialli. La trama è molto solida, rigorosamente scandita e dipanata dai vari passaggi procedurali che ovviamente Fusco, essendo membro del corpo della Polizia di Stato, conosce benissimo e riesce a trasferire su carta in maniera egregia e con semplicità. Il lettore non si trova mai smarrito nei meandri della procedura però, ma anzi, seguendola come fosse un filo conduttore, si trova catapultato al centro dell'indagine come se ne fosse il protagonista.
Ogni scoperta è il frutto di un preciso lavoro d'indagine e porta al passo successivo. Questo crea nel lettore un forte interesse e un senso d'aspettativa che viene sempre ripagato nel migliore dei modi.
La sensibilità, l'abilità e la delicatezza con cui l'autore descrive i suoi personaggi impediscono però che il romanzo diventi soltanto un'arida ricerca del colpevole.
 
E questo mix di empatia e solidità narrativa rende, a parer mio, molto speciale questa storia.
 
Voto: 8
 
 
 

sabato 17 giugno 2017

La rete di protezione...

... di Andrea Camilleri.

La scheda del libro sul sito della Sellerio Editore

Sembra un periodo tranquillo a Vigata, ma una troupe che sta girando una fiction televisiva di produzione italo-svedese arriva in paese turbando gli equilibri della cittadina. Ai vigatesi viene chiesto di cercare vecchi filmini in superotto per aiutare la ricostruzione della Vigata negli anni '50, epoca in cui è ambientata la serie tv. Un ingegnere scova in soffitta dei filmati girati dal padre che sono strani e anche un po' inquietanti. Per sei anni, dal '57 al '63, anno della sua morte, l'uomo ha filmato un muro bianco, allo stesso giorno e alla stessa ora. Incuriosito, l'ingegnere chiede aiuto a Montalbano, che finirà per appassionarsi al mistero. Le sue indagini però verranno interrotte da un fatto gravissimo: due uomini armati fanno irruzione nella scuola media di Vigata, causando un conflitto a fuoco. Chi sono, e perché l'hanno fatto?
 
Camilleri è un maestro. Ci vuole uno scrittore speciale per rendere interessante un semplice muro bianco.
La storia prende il via dal ritrovamento di questi curiosi filmati d'epoca, della durata di pochi minuti ciascuno, in cui si vede esclusivamente un muro bianco. Il commissario Montalbano, sempre più scontroso e insofferente per lo scompiglio portato in paese della troupe svedese (e soprattutto dalle belle attrici nordiche), si appassiona alla vicenda e cerca di ricostruire le motivazioni di un uomo anziano che, anche quando era in fin di vita, non ha mancato di riprendere, in un preciso giorno dell'anno, quel particolare muro. Montalbano si troverà a scavare nel passato di questa famiglia, e porterà alla luce  dolori e segreti. Un cold case davvero particolare, originale e pur nella sua semplicità, intrigante e avvincente.
Le indagini saranno interrotte da un evento di una certa rilevanza: una sparatoria nella scuola media di Vigata. Per arrivare agli autori materiali, sarà necessario scavare nelle vite delle persone coinvolte. Sarà necessario studiare le persone e comprenderle; nonostante con l'età il nostro commissario diventi sempre più "orso", capire l'animo umano resta una delle cose che gli riescono meglio.
Le soluzioni di entrambi gli enigmi che gli si parano davanti arriveranno proprio grazie alla profonda  empatia di Montalbano per chi soffre, o è costretto a subire un'ingiustizia.
Un'altra cosa che mi ha colpito è che il romanzo è stato pensato nel 2015; eppure leggendolo adesso sembra stato scritto sull'onda emotiva di recenti fatti di cronaca. Mi viene da citare la psicosi  terrorismo, ad esempio, che emerge dopo l'irruzione nella scuola, anche quando l'atto, certo gravissimo, non ha nessuno dei caratteri dell'attentato di una certa matrice.
E ci sono altri temi, che non posso svelare perché direbbero troppo sulla direzione che prenderanno le indagini, che sono attualissimi, come se il romanzo fosse stato scritto l'altro ieri. 
 
Questo romanzo ha una bellezza tutta sua; è profondo, a tratti toccante, perché, attraverso due vicende molto diverse, ci parla del disagio e dell'esclusione. Da voce a paure molte intime, e a ferite che non si rimarginano.
Anche la lingua usata, il siciliano come nei precedenti romanzi, diventa più complessa, più stretta. Non ho difficoltà a comprendere la parlata di Camilleri da anni ormai, ma qui, un paio di volte, mi sono dovuta fermare e cercare il significato di alcune parole.
La mia opinione però è sempre quella di non farsi scoraggiare da questo; la bravura di Camilleri è tale che permette di prendere familiarità con il siciliano molto velocemente. 
 
Questo è il primo libro che il maestro Camilleri non ha potuto scrivere, ma ha dovuto dettare a causa di un problema alla vista. Chissà se il delicato modo che ha questo romanzo di raccontare la sofferenza umana, in tutte le sue forme, deriva anche da questo.
 
Voto: 8
 

giovedì 15 giugno 2017

Il profumo del pane alla lavanda...

di Sarah Addison Allen.

La scheda del libro sul sito della Sonzogno

Claire Weaverly vive a Bascom, nel North Carolina, nella vecchia casa della nonna, da quando la madre ha abbandonato lei e la sorellina Sidney. Ora ha 34 anni ma non riesce a lasciarsi alle spalle il trauma di quell'abbandono, e vive rinchiusa in una solida routine, occupandosi della casa e del suo servizio di catering. Il suo cibo è molto particolare: Claire cucina con i fiori, e in città si mormora che le sue pietanze abbiano poteri magici. Del resto, c'è sempre stato un dono "magico" nella famiglia Weaverly, e la gente ritiene che in quella famiglia le persone siano strane. Ma a Claire sta bene così. le piace la sua solitudine, e la sua vita scorre tranquilla finché un giorno sua sorella Sidney, così simile alla loro madre, torna a Bascom con la figlioletta di 5 anni, apparentemente in fuga da qualcosa...
 
Questo romanzo è delizioso. Non credo esista una parola più adatta per definirlo.
La storia narra della famiglia Weaverly, originaria di Bascom, un posto che amano e che odiano. Claire lo ama perché ha un disperato bisogno di appartenere a qualcosa, dopo aver vissuto i primissimi anni dell'infanzia vagabondando con la madre in giro per gli Stati Uniti; Sidney lo odia perché non vuole essere "una delle Weaverly", quelle strane, misteriose, quasi delle streghe.
Claire ha fatto della sua stranezza un mestiere. Cucina piatti deliziosi con i fiori e le erbe aromatiche del suo giardino, e ognuna di quelle pietanze ha un potere magico: aprire la mente alle intuizioni, placare i rimpianti, rinverdire ricordi, suscitare rimpianto.
Il modo in cui l'autrice riesce a mescolare la storia di Claire, la cucina e la magia è incredibilmente piacevole. La storia passata e presente di una grande famiglia del Sud, che, come tutte le grandi famiglie, ha dei segreti, è intrigante; e il pizzico di magia sempre presente dona un tocco speciale al romanzo, sempre in bilico tra realismo e fantasia, senza mai diventare troppo ingombrante.
 
I personaggi sono lievi e amabili; ecco, se proprio volessimo trovare un difetto a questo libro, sarebbe che proprio i personaggi sono leggermente bidimesionali. Piacevoli, adorabili, ma senza ombre (i buoni) e senza luci (i cattivi). Sfuggono a questa critica, a parer mio, soltanto due antagonisti minori, Hunter Jones, che ha spezzato il cuore di Sidney dieci anni prima, e sua moglie Emma, gelosissima del ritorno di quella che crede una rivale.
Sono ben consapevole di questa pecca, eppure... eppure non ho potuto fare a meno di adorare tutti i protagonisti, con le loro gentilezze reciproche, i sentimenti ben chiari, la leggerezza con cui affrontano la vita anche di fronte alle diversità. La mia preferita è la cugina Evanelle, anziana donna che gira per il paese regalando oggetti improbabili alle persone più disparate. Ogni oggetto che Evanelle regala, però, finisce per essere utile alla persona in questione quando meno se lo aspetta.
 
Insomma, sarà stato perché adoro le storie di grandi famiglie del Sud degli Stati Uniti; sarà stato per quel pizzico di magia sparso come glitter in ogni pagina, ma ho adorato questo romanzo che, oltretutto, non sarebbe nemmeno propriamente il mio genere.
 
Questo romanzo è lieve, è poetico, è dolce. E' consolante, si legge in un attimo, e lascia una piacevole sensazione di appagamento e di gioia... come una cucchiaiata di nutella. Come delle fragole con la panna. Come un morbido tortino al limone.
Insomma, avete capito.
Se ne avete l'occasione, portatelo con voi sotto l'ombrellone.
 
Voto: 7

lunedì 12 giugno 2017

Un po' di follia in primavera...

... di Alessia Gazzola.

La scheda del libro sul sito della Longanesi

Alice Allevi è una specializzanda presso l'Istituto di Medicina legale. Arrivata alla fine del suo percorso di specializzazione, la ragazza è alle prese con la tesi. Ma a turbare la sua concentrazione ci sono Arthur, il suo fidanzato, che, sebbene deciso a stabilirsi a Roma e porre fine alla carriera di giornalista freelance in giro per il mondo, è sempre più triste e insofferente; Claudio Conforti, detto CC, suo diretto superiore all'Istituto, affascinante diavolo tentatore in camice bianco; e naturalmente un delitto, le cui indagini sono affidate all'ispettore Calligaris. Questa volta il mistero riguarda uno stimato psichiatra, anche lui collaboratore della polizia e perito presso il Tribunale, ucciso nel suo studio con una pugnalata al collo.

C'è qualcosa che si è inceppato nel divertente e collaudato meccanismo che ci racconta le avventure sentimentali e investigative di Alice Allevi. Giunti alla sesta puntata, sembra che il tempo e le pagine non siano mai passati. E non intendo in senso positivo.
Alice è alla fine della sua specializzazione, ma è sbadata, maldestra, pigra e incosciente come sempre.
In cinque anni passati all'istituto non ha ancora imparato a consegnare un lavoro entro la scadenza. Non ha imparato ad essere un po' più attiva per evitare i rimbrotti della Wally, temibile professoressa che dirige l'istituto. 
Se inizialmente queste caratteristiche, unite alla sua forte carica empatica, me l'avevano fatta amare, adesso cominciano a stare strette al personaggio che, secondo me, in cinque anni non è praticamente maturato. Non ha fatto il minimo passo in avanti.
Le sue vicende sentimentali sono, anche queste volta, la narrazione del triangolo Alice - Arthur - CC.
Arthur irrequieto perché non ama fermarsi in un unico posto, CC tentatore, Alice confusa. Ancora. E ancora. Situazione già vista e già descritta praticamente in ogni puntata della serie.
Non mancano addirittura situazioni che sembrano riprendere scene già viste in libri precedenti, come quella del convegno cui partecipa l'Istituto di Medicina legale dove Alice lavora. Alla fine, la ragazza e CC si trovano da soli a cena, in un locale romantico. Situazione già vista, già descritta in uno dei libri precedenti.
Certo, l'esito stavolta sarà diverso, ma il contesto, i dialoghi, le pillole di saggezza hanno un gusto inconfondibile di "già visto, già sentito".
 
Anche l'intreccio giallo non è assolutamente all'altezza dei precedenti. I colpi di fortuna con cui Alice arriva solitamente a scoprire indizi preziosi, sempre presenti anche nei volumi passati, qui si moltiplicano ed ingigantiscono fino a fagocitare l'indagine vera e propria. Più che ad attività investigative, assistiamo allo spettacolo di Alice seduta che aspetta che la soluzione le venga servita su un piatto d'argento.
Ed in effetti, alla fine, è questo ciò che accade: il caso viene risolto quando Alice e l'ispettore Calligaris non sanno più che pesci pigliare, ma il colpevole decide di rendere una clamorosa e provvidenziale confessione. Gli spunti interessanti non sarebbero mancati, se solo fossero stati approfonditi. Ad esempio, le indagini intorno alla personalità dello psichiatra vittima dell'omicidio e su una sua presunta capacità manipolatrice dei pazienti sono intriganti, ma lo spazio loro dedicato è poco e striminzito. La situazione dipinta è a dir poco affascinante: uno psichiatra i cui metodi sono geniali; i cui risultati sono indiscutibili... ma i cui pazienti hanno paura, ritengono che lui volesse far loro del male, per il puro piacere di vederli soffrire. Cosa è vero, e cosa è falso? La ricerca della verità, quando in mezzo ci sono gli insondabili abissi della mente, poteva essere interessante, ma meritava di essere trattata con più ampiezza e profondità.
 
Insomma, un deciso passo indietro rispetto ai due romanzi precedenti, in particolare rispetto a Le ossa della principessa, dove i personaggi sembravano essere maturati e aver raggiunto un certo spessore. Un libro che consiglierei esclusivamente ai fan della serie.
 
Voto: 6

sabato 10 giugno 2017

Il buio oltre la siepe...

... di Harper Lee.


Maycomb, Alabama, 1933. La piccola Jean Louise Finch, detta Scout,  ha sei anni e vive con il padre Atticus, stimato avvocato, ed il fratello Jem, di 10 anni. Atticus lascia che i bambini vivano la loro infanzia con spensieratezza e libertà, senza che vengano ingabbiati dalla convenzioni sociali. E da questa posizione privilegiata, i ragazzi osservano scorrere la vita nella piccola città dove vivono.  Ma alcuni episodi, come l'accusa ingiusta di stupro addossata ad un uomo di colore, che Atticus deciderà di difendere, cambieranno il loro modo di guardare la società, e segneranno la fine della loro infanzia.

Scout e Jem sono orfani di madre, e vengono cresciuti da Atticus con l'aiuto di Calpurnia, la governante afroamericana. La gente di Maycomb stima Atticus, uomo colto e saggio, ma ritiene che lasci troppa libertà ai suoi figli, e imponga loro poca disciplina. In realtà Atticus lascia che i ragazzi abbiano una mente aperta, che siano liberi da pregiudizi e condizionamenti, che facciano le loro esperienza e che non si fermino alle apparenze. In poche parole, i piccoli Finch non crescono oppressi dalle convenzioni sociali.
Sebbene sia la piccola Scout a raccontare gli avvenimenti in prima persona, suo padre Atticus è la figura centrale del romanzo. Un uomo pacato, silenzioso, ma intelligente, saggio e riflessivo. Un uomo che sa cosa è giusto e cosa non lo è, e che non scende a compromessi con la propria coscienza.
Quello che più colpisce di Atticus è il suo rimanere saldo sui propri principi quando intorno a lui tutta la città sembra perdere la testa a causa dell'accusa di stupro. Il presunto colpevole, Tom Robinson, è un uomo mite e buono, che sarà tradito dalla sua stessa gentilezza. Una figura tragica, e anche molto amara.
Emblematica e indimenticabile è la scena in cui Atticus fronteggia da solo una folla inferocita che vorrebbe linciare l'uomo. Atticus non indietreggia, non si agita, non minaccia, non inveisce. Ma mette subito in chiaro che non permetterà a nessuno di fare del male al suo cliente. Atticus si erge come un faro nella notte della ragione, ma sarà comunque il disarmante e innocente discorso di Scout, che ha seguito di nascosto suo padre, a fermare il linciaggio.

Atticus è come un sasso che sfida la corrente di un fiume. Sta lì, fermo, saldo, perchè quello è il suo posto, e non gli importa se la corrente lo spinge in una certa direzione.
La sua decisione di difendere un uomo da un'accusa ingiusta gli costerà il biasimo della società e avrà ripercussioni sulla sua vita e su quella dei suoi figli, ma mai, nemmeno per un momento, egli penserà di abbandonare un innocente al suo destino.

Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda. È raro vincere, in questi casi, ma qualche volta si vince.

Solitamente Il buio oltre la siepe viene descritto come il romanzo che narra della battaglia legale dell'avvocato Atticus Finch per difendere un uomo di colore dall'ingiusta accusa di stupro ai danni di una donna bianca. Sebbene questo sia l'episodio centrale del romanzo, ridurlo esclusivamente a questo sarebbe molto ingiusto e molto fuorviante.
Il buio oltre la siepe è il disarmante racconto, attraverso gli occhi di una bambina, di uno spaccato della vita nel profondo sud degli Stati Uniti, durante gli anni della Grande Depressione e della segregazione razziale.
E' un romanzo che mostra cosa sia la giustizia, raccontandoci l'ingiustizia. Ci parla del razzismo, senza ricorrere ad orpelli, sovrastrutture e spiegazioni filosofiche. Lo fa mostrandocene la sua illogicità nuda e cruda attraverso i pensieri e i ricordi di Scout, curiosa, innocente e ancora capace di chiamare le cose con il loro nome.
Ci parla della paura del diverso, alimentata dall'ignoranza. E il diverso non è solo rappresentato dalla gente di colore, ma anche dal vicino con problemi mentali Boo Radley, che vive segregato in casa, intorno al quale nascono leggende e dicerie più o meno maligne. Eppure anche lui ha una sua vita interiore delicata e profonda, e non è quel mostro che i pettegolezzi dipingono.
E tutte queste cose, all'apparenza semplici e scontate, ma che poi tanto scontate non sono neanche oggi, Harper Lee riesce a dircele con chiarezza, linearità, con l'onestà di una bambina di 6 anni, i cui pensieri sinceri non conoscono ancora l'ipocrisia.Ed è questo struggente realismo a rendere questo romanzo un capolavoro.

Certo non è necessaria la mia recensione per stabilire che Il buio oltre la siepe è un romanzo immortale. E' un libro da leggere assolutamente, da far conoscere ai ragazzi, da consigliare a tutti.

Voto: 10

mercoledì 7 giugno 2017

La quinta stagione...

... di Piero Colaprico.


La scheda del libro sul sito della Rizzoli

Pietro Binda, maresciallo dei Carabinieri in pensione, incontra per caso una sua vecchia conoscenza, il borseggiatore Pallonetto. L'uomo gli racconta di aver trovato l'amore in una giovane rom di nome Maronela. ma la ragazza è stata rapita a causa di un debito da lui contratto con la mala albanese. Pallonetto è disperato e non sa a chi rivolgersi. Binda decide di aiutarlo senza immaginare che il problema è molto, molto più grande di quello che sembra.
Ambientato a Milano durante la prima metà degli anni 2000, La quinta stagione ci racconta le indagine dell'ultrasettantenne Pietro Binda, maresciallo dei Carabinieri che da quando è andato in pensione smania per sentirsi ancora utile. Più che un giallo o un thriller, il romanzo può definirsi un noir intriso di rassegnazione e rimpianto. Binda ha deciso di non mollare la sua attività investigativa, ma allo stesso tempo si sente inadeguato ai tempi (non possiede neanche un telefonino) e incapace di adattarsi alla realtà sempre mutante del sottobosco criminale.
Il romanzo è notevolmente appesantito da continui ricordi del passato, addirittura risalenti al periodo della Resistenza; i più molesti comunque sono quelli che narrano operazioni portate a termine da Binda quando ancora era in servizio e che non hanno nessun legame con l'attuale indagine, e ne spezzano il ritmo. Forse la narrazione risente del fatto che l'autore, giornalista di cronaca nera per Repubblica, è abituato a narrare i fatti, e non le storie; ma in un romanzo i fatti possano anche risultare noiosi. Quello che voglio leggere sono le storie e i loro intrecci. Poco mi interessa se Binda, negli anni '80, ha arrestato un tossico che stava morendo di AIDS, o ha fatto un'irruzione in quel posto o in quell'altro, se la cosa non attinenza con la storia che mi viene raccontata.
Quando queste interruzioni sono meno presenti, il romanzo sembra spiccare il volo, acquistare un certo ritmo e un buon livello di suspense. Ma il tutto dura poco.
La laettura è stata per me faticosa e lenta.
Ci sono alcune cose poi che mi hanno dato da pensare in questo noir. Non le intendo come cose necessariamente negative, ma semplicemente ci sono dei particolari che non so come interpretare, come incasellare, diciamo.
Partiamo dal titolo: la quinta stagione, come spiegato nel romanzo, indica la più recente ondata di criminalità che ha travolto Milano (e l'Italia: in questo romanzo viene più volte ribadito che Milano è una sorta di avanguardia di quello che capita nel paese).
 La prima era stata la stagione del boom economico e delle grandi rapine, delle "tute blu" che avevano assaltato un furgone blindato alla fine degli anni Cinquanta, un blitz mai tentato prima d'allora in Europa. Poi era venuta la stagione della grandi bande criminali, anche cento persone alle dipendenze di un capo, e delle bische, dove i gangster sedevano allo stesso tavolo di chemin de fer con gli industriali e i politici. Era nato così il bel grigio milanese, il colore elegante che copre lo sporco, mescola il nero della morte e il bianco della faccia pulita dei riciclatori. A sorpresa scoppiò la stagione inattesa degli anni di piombo, dei terroristi rossi e neri, delle manovre occulte da parte delle spie di mezzo mondo per pilotare gli uni e gli altri. [...] Infine, come se dovesse concludersi il ciclo delle quattro stagioni, arrivò l'ultima, quella dei colletti bianchi che andavano sotto processo dopo decenni d'impunità e di ruberie. Arrivò Tangentopoli, [...]. E invece, nessun mago, nessun religioso, nessuno scienziato, nessun politico aveva previsto la quinta stagione, la stagione delle città dentro le città. La stagione della mala nottambula e straniera, con le sue storie e codici e vite e casini indecifrabili, inafferrabili. La stagione di un terrorismo medievale, in cui la religione c'entrava poco, c'entravano molto di più le trame di potere che, tessute in Paesi scordati troppo a lungo da tutti gli altri, rivendicavano un nuovo scenario, proponevano nuove mistificazioni.
Se le stagioni della malavita si sono succedute con continuità fin dagli anni '50, non mi spiego quel senso di rimpianto, di "si stava meglio prima", che pervade il romanzo e il personaggio principale, che torna continuamente con la memoria ai tempi andati, quando le cose si facevano meglio e - sembra dirci - quando certe cose non accadevano.
Un'altra cosa a cui non riesco a smettere di pensare, è l'immagine di Milano che ci da l'autore. Mi è piaciuta oppure no? Non riesco a decidermi. Questo perché mi è sembrato che Colaprico descrivesse una sorta di Milano vuota, dove ci sono esclusivamente rom, immigrati meridionali, delinquenti stranieri e le forze dell'ordine. Questa sensazione nasce dal fatto che l'autore ha deciso di calcare sempre e comunque la mano sulla provenienza dei personaggi, cosa che mi ha lasciato un po' perplessa. E' davvero di capitale importanza ribadire ad ogni piè sospinto che le varie nazionalità/etnie/origini? In tutto questo amor di precisione, emerge una mancanza: manca il milanese. Perfino l'onesto lavoratore che vive da decenni a Milano e occasionalmente si trova a dare informazioni importanti a Binda viene definito "molisano". È importante? È davvero necessario? C'è una ragione? Non lo so. Ma alla lunga la cosa mi ha infastidito.
Mi è sembrato che l'autore volesse descriverci una città vuota e senza radici, una città che non appartiene a nessuno, dove tutti sono di passaggio. O peggio, una città presa d'assalto di chi non le appartiene, sempre secondo l'autore?
Se la sua intenzione era di comunicare un senso di vuoto, beh, allora Colaprico ha fatto centro. Ma in ogni caso non riesco a non pensare che sia una visione provinciale e una rappresentazione riduttiva e parziale di una metropoli come Milano.
E anche piuttosto pessimista. A parer mio, troppo pessimista e amara.

Voto: 6

lunedì 5 giugno 2017

Pane per i Bastardi di Pizzofalcone...

... di Maurizio de Giovanni.


La scheda del libro sul sito della Einaudi

Un fornaio, onesto, buono e gran lavoratore, viene ucciso all'alba davanti al suo panificio, a pochi passi dal commissariato di Pizzofalcone. Lojacono e Romano rispondono alla chiamata, ma prima di poter anche solo cominciare le indagini, i due vengono bruscamente estromessi da un arrogante magistrato antimafia e dai suoi collaboratori. L'omicidio viene classificato come delitto di camorra, avendo la vittima, mesi prima, deciso di testimoniare e poi ritrattare la proprio testimonianza contro il potente clan della zona. Lojacono però non è convinto: tutto fa pensare non all'intervento di un killer, ma ad un'aggressione di un assassino inesperto, probabilmente conosciuto dalla vittima. Grazia all'appoggio di Laura Piras, magistrato innamorata, ricambiata, da Lojacono, i Bastardi di Pizzofalcone ottengono di poter continuare l'indagine, consapevoli che però si giocheranno la loro credibilità conquistata a fatica e forse l'esistenza stessa del commissariato.

Quinta indagine per i poliziotti soprannominati i Bastardi di Pizzofalcone, ognuno con una macchia nel proprio passato, ognuno pronto a riscattarsi  mettendo tutto se stesso nel lavoro. 
Per scovare il colpevole di questo omicidio, i Bastardi dovranno scavare nella vita limpida e senza ombre della vittima. L'omicidio di camorra sembra la soluzione più naturale, anche perchè, a Napoli, c'è una certa tendenza ad attribuire ogni problema alla camorra. Certo, purtroppo la camorra c'è, e purtroppo è ancora viva e vitale e ammazza ancora; ma non è la causa di ogni problema, e non è l'origine di ogni male.
Come ogni giallo che si rispetti, ognuno ha un segreto, ognuno ha qualcosa da nascondere. E un uomo onesto e benvoluto non fa eccezione.

Non credo che riuscirò più a guardare il pane con gli stessi occhi di prima. Una cura particolare è stata messa dall'auotore nel descrivere il processo di panificazione. Il pane è un alimento così semplice, eppure a monte c'è un procedimento complicato, che costa fatica e sacrifici. A maggior ragione se si tenta di fare il pane con il lievito madre, come una volta. Ne risulta un pane speciale, ma costoso e di scarsa resa. E allora, il dilemma della vittima era: cedere alle lusinghe della grande distribuzione, e passare a sistemi di produzione meccanizzati, oppure no e continuare come facevano le generazioni precedenti? La vittima, Pasqualino, sceglie la tradizione. Per lui la tradizione è sacra. Nonostante rimanga in scena per poche pagine, prima di finire ammazzato in un vicolo dietro il suo panificio, de Giovanni riesce a tratteggiarlo perfettamente, e io ho colto una certa ambiguità nella sua personalità. Certo Pasqualino era una persona buona, onesta e benvoluta. Il lavoro e la famiglia (credo in quest'ordine) venivano prima di tutto. Ma quest'integrità, alla fine, diventa gabbia, diventa integralismo per chi gli sta intorno. Perché non gli permette di accettare le imperfezioni altrui. E perché scatena sentimenti che Pasqualino non è in grado di capire nè di gestire.
Ha torto Pasqualino, nell'amare profondamente le tradizioni? No.
Ma ha ragione? No.
In questo dualismo fin troppo umano sta la bellezza di questo personaggio, anima portante del romanzo.

Fanno da contrappunto ad un'anima così cristallina i Bastardi. Sempre più squadra, sempre più ingranaggio perfetto quando lavorano insieme, continuano però ad avere i loro problemi da risolvere.
In particolare, l'anziano vicecommissario Pisanelli sembra arrivato ad un passo dalla soluzione dei casi di suicidio che secondo lui sono omicidi mascherati. Ma il suo avversario è davvero diabolico.
Lojacono è sempre in bilico fra il sogno di una passione travolgente e stimolante, e quello più tranquillo di un amore tra le braccia di una donna più rassicurante.
All'autore, secondo me, piace giocare con noi lettori, e nelle ultimissime pagine regala (si fa per dire) un colpo al cuore a tutti quelli che si sono appassionati alle vicende personali dei Bastardi.

Ci sono rimasta malissimo, ma ehi! È la letteratura, bellezza!
 
Voto: 8

sabato 3 giugno 2017

La sposa scomparsa...

...di Rosa Teruzzi.

Una bellissima copertina per un bel romanzo
La scheda del libro sul sito della Sonzogno

Libera prepara bouquest da sposa artigianali, vive con la schiva figlia Vittoria, poliziotta tutta d'un pezzo, e con l'eccentrica madre Iole, hippie e libertina. Un giorno Libera rimane toccata dall'incontro con Rosalia, una donna che aspetta da ventisei anni di sapere che è ne stato della figlia Carmen, scomparsa all'indomani della rottura con il futuro marito, e mai più ritrovata. Sebbene titubante, Libera decide di darle una mano e comincia ad indagare.

Uno strano trio di detective esordisce tra le pagine di questo romanzo con un cold case. Tre personalità che più diverse di così non potrebbero essere, che in qualche modo, riescono a convivere e anche a collaborare ad un'indagine.
Il caso, da subito, non si presenta facile, perchè sono trascorsi ventisei anni dalla scomparsa. Eppure c'è molto di non detto, molti segreti sono stati taciuti ed è più facile che vengano alla luce dopo tanti anni, quando oramai alcuni protagonisti della vicenda sono morti e altri hanno meno da temere. Questo aspetto del romanzo è ben curato. Quando si tratta di cold case, spesso spuntano fuori indizi e testimoni che non si capisce come possano essere rimasti intatti e silenti per anni e anni. Qui invece si nota l'accortezza e la cura dei dettagli per evitare che il tempismo di scoperte e rivleazioni suoni poco credibile in quanto a tempismo agli occhi del lettore.

Vittoria è quella che avrebbe in mano ufficialmente la riapertura del caso. Libera, coadiuvata da una Iole sempre sopra le righe, sarà quella che riuscirà a scavare più a fondo, anche perchè eè quella che non riesce a darsi pace di fronte al dolore ossessivo della madre di Carmen.
Le tre protagoniste, così diverse, ed anche così riservate nei loro rapporti (beh, almeno Libera e Vittoria... per Iole, portatrice sana di leggerezza, servirebbe un romanzo a parte), formano un'alchimia che riesce a conquistare il lettore.

La caratteristica saliente di questo bel giallo scorrevole e piacevole da leggere è che l'indagine non perde mai di vista il lato umano del caso. La sofferenza delle persone coinvolte è palpabile; l'investigazione non è una sfida, un rompicapo da risolvere, ma è un atto di pietà, di misericordia verso chi è coinvolto e non riesce a farsi una ragione di quanto è successo. Questa sfumatura conferisce al romanzo della Teruzzi un senso di malinconia che va oltre l'intreccio, ed è la cosa che ho apprezzato di più.
Allo stesso tempo però, l'autrice sa evitare il pietismo mantenendo ben saldi  i piedi per terra. Le persone sono quello che sono, raramente (diciamo mai) sono perfette, e non sono certo santi da adorare, neanche se sono vittime (presunte) di crimini; le persone hanno tutte angoli bui nell'animo. Ed è il caso dei personaggi di questa storia, a partire dalla (presunta) vittima, fino ad arrivare a Libera e Vittoria.

La verità, quando arriva, fa male, ci dice l'autrice, e purtroppo anche in questo caso sarà così.

L'autrice inoltre, in questo primo volume, getta le basi per dare un seguito alle vicende di Iole, Libera e Vittoria, attraverso un ritrovamento che riguarda l'assassinio, mai risolto, di Saverio, marito di Libera e padre di Vittoria, anch'egli poliziotto. Molte domande, anche riguardo la misteriosa vita privata di Vittoria, restano senza risposta. Non ci resta che leggere il seguito, La fioraia del Giambellino, uscito in tutte le libreria il 18 maggio scorso.

Voto: 7

venerdì 2 giugno 2017

Cuccioli per i Bastardi di Pizzofalcone...

... di Maurizio de Giovanni.

La scheda del libro sul sito Einaudi

Davanti al commissariato di Pizzofalcone, qualcuno ha abbandonato una neonata. A trovarla è Francesco Romano, poliziotto che si è rovinato la vita e la carriera perché non riesce a frenare la rabbia. La piccola è in gravi condizioni, e mentre lotta tra la vita e la morte, i Bastardi cercano la madre, e indagano su un omicidio che forse è collegato alla sua vicenda.
Intanto Aragona, agente scelto che vorrebbe essere un poliziotto da telefilm americano, ma che per la maggior parte del tempo riesce solo a rendersi ridicolo, si imbatte per caso in una strana storia di rapimento di cuccioli di cane.
 
In questo quarto romanzo della serie I Bastardi, un altro tema delicatissimo viene prestato al giallo. Questa volta Maurizio de Giovanni ha scelto di raccontarci l'abbandono di una neonata vicino ad un cassonetto, e lo fa dal punto di vista di chi questa neonata l'ha ritrovata, e se ne sente responsabile. Interessante anche se non originale il mettere a confronto la neonata abbandonata, con le sue evidenti fragilità e la sua lotta per la vita, con il più "duro" della squadra, l'agente Francesco Romano, che non solo si è rovinato la carriera per aver messo le mani al collo di un fermato, ma è stato lasciato dalla moglie perché è arrivato a schiaffeggiarla.
Ho detto prima che il contrasto fra neonato/poliziotto duro non è originale, ma originalissimo e degno di nota il modo in cui l'autore lo sviluppa e lo fa evolvere nel corso della storia. Il legame tra Romano e la piccola non ha niente di zuccheroso e di stucchevole; non è consolatorio né accomodante, ma ha semmai il compito di mettere ancora di più in evidenza le fragilità del poliziotto, chiamato Hulk dai suoi colleghi di lavoro. La bimba, con la sua presenza, sottolinea la solitudine in cui si trova Romano, e la sua semplice esistenza farà emergere la prigione di rimpianto e recriminazioni che Romano si è costruito intorno, e lo spingerà fuori dal baratro di autocommiserazione in cui è caduto.

L'indagine per scoprire chi ha abbandonato la piccola si legherà ben presto ad un'indagine per omicidio, affidata a Lojacono.

Un cadavere, avrebbero detto i poliziotti a un ipotetico intervistatore, cambia tutto. Un cadavere è irreversibile, sapete (in quale camera devo guardare? Quella? Grazie). Quando c’è un morto, caro signore, il tempo smette di scorrere al ritmo normale. All’inizio va velocissimo, perché le prime quarantott’ore sono fondamentali, quindi, se non viene fuori niente (e spesso, caro signore, non viene fuori proprio niente), comincia a scorrere lento come un fiume in pianura, scandendo inesorabilmente ogni singolo minuto in cui rimani a mani vuote. Perciò, caro signore, e la ringraziamo per le gentili domande sul nostro assurdo mestiere, nelle prime quarantott’ore, quando c’è un cadavere, noterà in mezzo a noi poveri disgraziati, impegnati a brancolare nel buio, una spettacolare, cupa agitazione. Poi, a mano a mano che questo maledetto orologio fa tic tac, e il dannato calendario strappa un foglietto dopo l’altro, la cupa agitazione verrà sostituita da una cupa disperazione, per dar luogo infine a un cupo disagio.
Questo avrebbero detto a un ipotetico intervistatore, mentre si accingevano a discutere sulle iniziative da prendere. Ma non c’erano intervistatori, e in realtà, se anche fossero arrivati a frotte di lì a poco, nessuno di loro avrebbe perso tempo a rispondergli, a parte Guida, già allertato a dirottare tutti i cronisti alla portavoce della questura. Adesso c’era da lavorare.
 Adesso c’era un cadavere.

Sebbene non ci siano grandi colpi di scena, la trama gialla è interessante. Non è difficile intuire chi sia il colpevole, anche perché ad un certo punto è evidente che qualcuno sta mentendo, e di solito chi mente ha qualcosa da nascondere. Ma nel metodo e nella prassi degli interrogatori e delle investigazioni sta la bellezza dell'intreccio.

Particolarmente ispirata poi anche la trama secondaria, che vede protagonista Aragona, il quale inizialmente si vergogna di indagare su un caso (la scomparsa di alcuni cani) che ritiene ridicolo; ma poi, per una volta, riuscirà a dare il meglio di sé e a sentirsi davvero un poliziotto da telefilm.

Ai fan viene anche offerto uno squarcio della vita privata e sentimentale di Lojacono, uomo sicuramente interrigerrimo, intelligente ma lontano dalla perfezione, come tutti noi, del resto.

Arrivati al quarto volume di una serie, si corre sempre il rischio che le situazioni si ripetano, e che i personaggi recitino la stessa scena più e più volte. Qui questo pericolo è ampiamente scongiurato dal fatto che i personaggi evolvono con coerenza romanzo dopo romanzo. Ed in ogni romanzo l'autore ha l'accortezza di "mescolare", per così dire, le coppie che si occupano dell'indagine. Ogni personaggio si trova, di volta in volta, ad avere a che fare con un collega diverso.
Sono loro, i personaggi, la vera forza di qualunque giallo scritto da Maurizio de Giovanni, il quale riesce sempre a stupire e a interessare.
Merita un cenno l'abilità tecnica dell'autore; de Giovanni mescola stili, punti di vista, artifici letterari con disinvoltura e naturalezza. Ad esempio, nel capitolo 43, seguiamo i pensieri di Lojacono in una sorta di forma soft di stream of consciousness (1)
L'ho già detto che de Giovanni riesce sempre a stupire e catturare l'interesse del lettore?
 
Voto: 8

(1) Per il significato di stream of consciousness, o flusso di coscienza, vedi qui

mercoledì 31 maggio 2017

Gelo per I Bastardi di Pizzofalcone...

...di Maurizio de Giovanni.
 
 
Da soli erano dei reietti. Insieme sono la piú formidabile squadra di poliziotti della città. Per tutti continuano a essere i Bastardi di Pizzofalcone.
Luigi Palma, detto Gigi: commissario. Combatte il gelo. Non ha figli, ma è piú padre di chiunque.
Giorgio Pisanelli, detto il Presidente: vicecommissario. Ha il gelo dentro. Vorrebbe essere padre di nuovo.
Giuseppe Lojacono, detto il Cinese: ispettore. Lui il gelo lo odia. È alle prese con l'essere padre.
Francesco Romano, detto Hulk: assistente capo. Vive nel gelo. Avrebbe voluto essere padre.
Ottavia Calabrese, detta Mammina: vicesovrintendente. Tiene fuori il gelo. Affascinata da chi non è padre.
Alessandra Di Nardo, detta Alex: agente assistente. Sceglie il gelo. In lotta col padre.
Marco Aragona, vorrebbe essere detto Serpico: agente scelto. Aspetta la fine del gelo. Del padre non gli importa nulla.
(Dal sito Einaudi)
 
La squadra dei Bastardi di Pizzofalcone è alle prese con un nuovo caso. Sempre col fiato sul collo da parte del Questore, sempre in bilico tra permanenza e chiusura del Commissariato, sempre costretti a dover dissipare i dubbi e a dover dimostrare quanto valgono, i Bastardi indagano sul caso del duplice omicidio di due fratelli, Biagio e Grazia, lui brillante ricercatore universitario, lei bellissima modella.
Le piste da seguire sono diverse: un furto finito tragicamente, oppure potrebbe esserci la mano del fidanzato di Grazia, geloso e violento, o ancora l'assassino potrebbe essere il padre dei due fratelli, appena uscito di prigione e già irreperibile, deciso a riportare Grazia in Calabria insieme a lui.
 
La prima considerazione che mi balza in mente è che oramai una delle cifre stilistiche di questa serie di Maurizio de Giovanni è quella di presentarci, sempre, una Napoli molto diversa da quella che siamo portati ad immaginarci, nel bene e nel male.  In questi romanzi Napoli è una metropoli moderna, ma con quell'anima antica a cui la città e i suoi abitanti sono tenacemente attaccati.
In questo romanzo siamo a novembre, un mese che a queste latitudini è ancora mite; raramente il freddo arriva prima di Natale. Eppure un gelo inusuale avvolge ala città e rende difficile ogni movimento e ogni appostamento.
 
La seconda considerazione è che il titolo ha, anche qui, un doppio significato, com'è accaduto per il romanzo precedente, Buio. C'è, come accennato, il freddo atipico che stupisce la città e i suoi abitanti; ma il gelo del titolo è anche nei rapporti umani, nei difficili rapporti umani tra i Bastardi e le persone che li circondano e a cui vogliono bene.
Il gelo cala tra Lojacono da una parte, e Letizia e Marinella dall'altra; continua ad esserci gelo nei rapporti tra Romano e la sua (quasi) ex moglie. C'è gelo nei rapporti familiare di Alex, anche se i suoi genitori sembrano esserne beatamente ignari, e c'è gelo nei rapporti che tenta di costruirsi fuori dall'opprimente famiglia.
 
La trama gialla, anche se semplice e lineare, reca anch'essa tracce di questo gelo. I due ragazzi uccisi erano ad un passo dal riscatto umano e sociale. La morte violenta ha congelato le loro aspirazioni e i loro sforzi un attimo prima della svolta.
L'indagine è affidata a Lojacono e Di Nardo, che a lungo gireranno a vuoto alla ricerca di un movente. Ecco, qui l'indagine ruota intorno alla ricerca del movente. Date le circostanze e la cerchia limitata di persone che potevano facilmente accedere al luogo del delitto, non dovrebbe essere difficile individuare il colpevole. Il punto è che non si può individuare l'assassino perché il duplice omicidio sembra non avere ragione alcuna. E questo porterà gli investigatori a scavare nelle vite dei due ragazzi e di chi gli stava intorno. E la descrizione di quanto emerge, l'affresco delle vite di questi due giovani e di chi li frequentava è quanto riesce meglio alla penna di De Giovanni.
 
Una menzione speciale poi merita la sottotrama che vede protagonista Pisanelli, ancora impegnato nell'indagine personale su una catena di suicidi che a lui non quadrano, e  ancora avvolto dal gelo della sua solitudine, Questa volta, però, l'anziano vicecommissario si troverà ad un passo dalla svolta, umana e investigativa.
 
Voto: 7 e 1/2