martedì 19 settembre 2017

Il mistero di Lord Listerdale e altre storie...

... di Agatha Christie.

Il Mistero di Lord Listerdale e altre storie è una raccolta di dieci racconti di Agatha Christie, pubblicati per la prima volta nel 1934. Nei racconti non compare nessuno dei personaggi ricorrenti creati dell'autrice. Il filo conduttore della raccolto è lo scambio di identità o l'equivoco sull'identità altrui. Insomma, niente e nessuno sono come sembrano, in queste storie.
 
Il mistero di Lord Listerdale
 
Un lord scompare misteriosamente: la sua casa a Londra viene affittata per una cifra irrisoria e la servitù sembra estremamente devota ai nuovi inquilini, i quali non possono fare a meno di chiedersi cosa c'è sotto.
Il mistero è intrigante e la soluzione divertente. Ottimo racconto, ottima soprattutto la parte preparatoria alla indagine vera e propria, e l'atmosfera.
 
La ragazza del treno
 
Un giovane spiantato prende un treno e si imbatte in una misteriosa ragazza dall'accento straniero, inseguita da un energumeno minaccioso.
Emerge in questo racconto l'amore della Christie per lo spionaggio, l'azione e gli intrighi internazionali. Tocco rosa nel finale.
 
Canta una canzone da sei soldi
 
Una giovane donna chiede aiuto ad un maturo avvocato conosciuto anni prima in vacanza. La sua ricca zia è stata uccisa nella casa dove abitava con i quattro nipoti. Se, come sembra, nessun estraneo è entrato, vuol dire che in famiglia si nasconde un assassino.
Indagine molto intrigante: il vecchio p[enalista, sir Edward, mi ha ricordato per certi versi Hercule Poirot. La Christie riesce a condensare in poche pagine tutti gli indizi necessari ad arrivare ad una soluzione: gli indizi sembrano insignificanti e sono quasi invisibili agli occhi del lettore ma ci sono tutti, come sempre. In questo risiede la grandezza dell'autrice. 
 
L'ardimento di Edward Robinson

Edward Robinson ha una fidanzata che ama ma che lo tiranneggia. Per questo decide di fare un colpo di testa e di acquistare un'automobile sportiva e andarsene a zonzo da solo. A causa di una serie di equivoci e coincidenze, finirà per mettersi nei guai, ma  allo stesso tempo ritroverà il carattere che credeva perduto.
Non è propriamente un racconto giallo, quanto più un racconto d'azione basato sul classico scambio di due oggetti simili all'apparenza ma in realtà molto diversi. Storia simpatica e con un pizzico di divertita ironia da parte dell'autrice.
 
In cerca di lavoro
 
Jane, giovane disoccupata, risponde ad un annuncio di lavoro in cui si cerca una ragazza con caratteristiche fisiche molto particolari: occhi azzurri, capelli biondi, altezza 1,65, corporatura snella, naso dritto. Incuriosita ma sospettosa, si presenta all'indirizzo indicato, e, quando viene scelta, si trova coinvolta in un intrigo internazionale.
Anche qui non abbiamo propriamente un racconto giallo, ma siamo quasi nel genere della spy story. Nonostante il racconto sia breve quanto gli altri, l'autrice riesce a piazzare un paio di colpi di scena molto ben riusciti. 
 
Una domenica fruttuosa
 
Due giovani fidanzati trovano un gioiello di grande valore, probabilmente rubato, in un cestino della frutta. Il dilemma è: tenerlo o andare alla polizia? Gli esiti della loro decisione saranno sorprendenti.
Interessante racconto, in cui più che indagare su un furto, la Christie indaga sull'animo umano messa di fronte al frutto (è il caso di dirlo) di un crimine. Bella la conclusione della storia, significativa e ottimistica.
 
L'avventura del signor Eastwood
 
Uno scrittore in crisi riceve una misteriosa telefonata da una ragazza che gli chiede aiuto e gli fornisce un indirizzo cui recarsi. Qui l'uomo incontra la ragazza ma viene scambiato per un assassino e arrestato. Ma la sua avventura non finisce certo così.
Un racconto davvero carino, basato su uno scambio di identità e con un plot twist tanto inaspettato quanto geniale. Il racconto che mi è piaciuto di più in questa raccolta.
 
La palla dorata
 
Un giovane perde il lavoro per essersi preso mezza giornata di vacanza. Conosce una ragazza dell'alta società e la segue in campagna, dove viene coinvolto in una strana avventura.
Racconto divertente, senza un vero e proprio crimine, ma con un "piano" ben congegnato.
 
Lo smeraldo del rajah
 
Giovane innamorato segue una ragazza superficiale in una località turistica. Sulla spiaggia scambia accidentalmente i suoi vestiti con quelli di qualcun altro, e nella tasca dei pantaloni trova un enorme smeraldo...
Ancora uno scambio di oggetti e di identità in questo racconto, dove l'astuzia e la costanza vengono ricompensati nel finale.
 
Il canto del cigno
 
Un giovane soprano ma già molto famoso partecipa ad una rappresentazione della Tosca. Il cantante che fa Scarpia si sente male in seguito ad un avvelenamento. Viene trovato un sostituito in tutta fretta in un vecchio cantante ormai ritiratosi dalla scena. Ma c'è un segreto nel passato di qualcuno che getta ombre sulla rappresentazione...
Per l'ultimo racconto, il tema è quello intrigante del passato che torna a chiedere il conto. Racconto tragico, delicato e struggente.
 
Nel complesso si tratta di un'antologia molto piacevole da leggere. I racconti sono sorprendentemente originali , con temi diversi dai classici gialli cui ci ha abituati la Christie.

Voto: 7 e 1/2
 
 

lunedì 18 settembre 2017

La musica del caso...

... di Paul Auster.

La scheda del libro sul sito Einaudi

Jim Nashe riceve un'inaspettata eredità poche settimane dopo essere stato piantato dalla moglie. Porta la figlia di soli due anni dalla sorella, prende una pausa dal suo lavoro di pompiere, compra una Saab 900 e comincia a viaggiare per gli Stati Uniti.
Una notte conosce Jack Pozzi, giovane giocatore d'azzardo in fuga da un pestaggio. I due decidono di mettersi in società per sfidare Flower e Stone, due eccentrici miliardari, ad una partita a poker. Ma la partita avrà egli sviluppi imprevisti.
 
La musica del caso inizia come un romanzo on the road, nella più classica tradizione americana. Jim Nashe si lascia tutto alle spalle, pure i legami familiari, dopo che i suo equilibrio viene rotto dall'abbandono della moglie.
Sfruttando i soldi di un'eredità inaspettata, vive una vita libera, anche se non sregolata o piena di eccessi.
Semplicemente guida, macina chilometri su chilometri, senza prefissarsi una meta se non quella di andare sempre più lontano, dimentico di se stesso e di tutto se non della macchina e della strada.
 
Lui era il punto fermo in un vortice di cambiamenti, un corpo che restava in equilibrio, assolutamente immobile, mentre il mondo gli si gettava incontro e scompariva. L’automobile divenne il sacrario dell’invulnerabilità, un rifugio dentro il quale nulla poteva più colpirlo. Mentre guidava non aveva fardelli da portare, era libero dalla benché minima particella della vita precedente.
 
Il caso mette sulla sua strada un giovane giocatore di poker, Jack Pozzi, e insieme progettano di arricchirsi facilmente a spese di due sprovveduti miliardari che si danno arie da grandi giocatori.
Ma le cose non vanno esattamente come i due avevano immaginato, e le loro vite prendono una piega strana e non prevedibile. I due protagonisti si trovano intrappolati in posto inquietante, a svolgere un'attività anch'essa inquietante e priva di senso.
E così il romanzo si trasforma davanti agli occhi del lettore in una specie di fiaba surreale da cui non ci si riesce a staccare.
 
Mi ha fatto molto pensare questa citazione dell'autore:
 
L'influenza più grande sulle mie opere sono state le fiabe, [ovvero] la tradizione orale del racconto. I Fratelli Grimm, Le mille e una notte - il tipo di storie che si leggono ad alta voce ai bambini. Si tratta di narrazioni spoglie, scarne, narrazioni in gran parte prive di dettagli, enormi quantità di informazioni vengono ancora trasmesse in uno spazio molto breve, con pochissime parole. [1]

Senza dilungarsi in descrizioni o introspezioni inutili, Paul Auster riesce a fornirci tutto quello di cui abbiamo bisogno per comprendere il suo romanzo.
 Infatti la lettura è scorrevolissima e fa sicuramente presa sul lettore. Ciò non vuol dire che lo stile dell'autore sia superficiale, o eccessivamente sintetico. L'autore riesce a darci tutti i dettagli necessari a comprendere i personaggi e per calarci in una storia costruita con elementi di routine, che però di ordinario o banale non ha assolutamente nulla, tutt'altro.
La ripetitività degli eventi nella parte centrale del romanzo non significa che essa sia noiosa. La cosa stupefacente è come una attività (di cui non voglio rivelare nulla) all'apparenza piatta riesca a caricarsi di significati, di aspettative e di interesse per il lettore, a portare a galla la tragedia latente in questa vicenda, e la vena di follia ed il alto oscuro presente in un essere umano.
 
Non è facile descrivere questo libro senza svelare gli eventi. Vi basti sapere che ci troviamo sempre in bilico fra il potere del caso e la prevalenza del libero arbitrio, e insieme a Nashe e Pozzi anche il lettore cammina in bilico su questa corda tesa, fino ad un finale inaspettato ed esplosivo.
La nostra vita e la nostra libertà sono nelle nostre mani o in balia del caso? Cosa ne sarebbe di noi se improvvisamente ne perdessimo il controllo? E fino a dove potremmo spingerci, eventualmente, per riprenderci le redini?

Questo è un romanzo che non mi ha lasciato indifferente, mi ha intrigato e conquistato con la sua particolare visione della vita, che ha una forza comunicativa straordinaria e sorprendente.

Voto: 8
 
[1] Citazione tratta da Wikipedia

domenica 17 settembre 2017

Gita al faro...

di Virginia Woolf.

La famiglia Ramsay, madre, padre e otto figli, si trova in vacanza sull' isola di Skye. James, il più piccolo, vorrebbe fare una gita al vicino faro l'indomani. Mentre la madre acconsente, il padre stronca le sue speranze affermando perentoriamente che il tempo sarebbe stato brutto, e pertanto raggiungere il faro non sarebbe stato possibile. Da questa vicenda nascono piccoli attriti all'interno della famiglia, sentimenti, pensieri, considerazioni, che ci sveleranno l'anima più intima e riposta dei membri della famiglia, e dei loro ospiti, la pittrice Lily Briscoe, il signor Tansley ed il signor Carmichael.

Gita al faro viene considerato uno dei più importanti romanzi modernisti. Scritto nel 1927, è affine nello stile  alle opere di James Joyce; il romanzo non sviluppa una vera e propria trama, ma soltanto un accenno di essa, e si concentra sulla psicologia e sui pensieri intimi e mai espressi dei personaggi, dipingendo un affresco dei loro rapporti e della loro visione del mondo in massima parte attraverso i loro pensieri e soltanto con pochissimi scambi di battute o interazioni tra i personaggi.
Tutto inizia con il desiderio del piccolo James di andare al faro l'indomani. Questo desiderio così forte, espresso da un bimbo quieto ed introverso, viene stroncato dal padre, il quale senza curarsi dei sentimenti del figlio, ne distrugge bruscamente la speranza, senza tatto alcuno e senza alcuna dolcezza. 
Questo scatena l'irritazione della madre, creatura dolce, empatica e disponibile con tutti, che non capisce per quale ragione il marito abbia sentito la necessità di essere così brusco con il bambino. Da qui, come detto, si dipanano una serie di pensieri  che ci mostrano come, da un particolare all'apparenza insignificante, scaturiscano riflessioni via via più ampie, che giungono ad abbracciare e riconsiderare tutta la vita del soggetto.
Il romanzo è diviso in tre capitoli: La finestra, Il tempo passa, Il faro. Il primo e l'ultimo, che coprono lo spazio di poche ore, sono i più lunghi, mentre quello centrale, che riassume ben dieci anni delle vicende della famiglia Ramsay, è paradossalmente quello più breve. Tutto ciò è sintomatico di quello che l'autrice considerava importante per il suo romanzo. Ad esempio, la narrazione si sofferma molto più a lungo sulla cena di quella sera in cui James esprime il desiderio di fare una gita, indagando le reazioni e i pensieri dei personaggi coinvolti, piuttosto che sulle vicende della famiglia durante la Prima Guerra Mondiale.

Gli elementi fondamentali della trama sono, a conti fatti, solo due: la gita al faro, e il ritratto della signora Ramsay e di James che Lily non riesce a terminare. Entrambi questi elementi resteranno in sospeso e troveranno compimento solo nell'ultimo capitolo, e rivestono, nell'economia del romanzo, più importanza dei grandi cambiamenti (tragedie, nascite, morti e addirittura una guerra mondiale) narrati nel capitolo centrale.
La gita e il quadro nell'ultimo capitolo vengono finalmente completati e chiudono il cerchio, simboleggiando, secondo me, tutti quei conflitti irrisolti che ci trasciniamo dietro e che influenzano le nostre vite molto più profondamente di quanto crediamo. 

Gita al faro è sicuramente un romanzo importante nel panorama della letteratura moderna, per il distacco che segna, insieme ad altri romanzi e autori dell'epoca, con il passato. L'attenzione si sposta dalla trama ai personaggi, alla loro vita interiore, al loro cd. monologo interiore. Non è necessario sottolineare come questa minuziosa introspezione psicologica sia un cambiamento dirompente che getta le basi per una concezione moderna e non più "ottocentesca" della letteratura.
Ciò nonostante, leggere questo romanzo è difficile e complicato. Lo stile è molto pesante, le frasi lunghe e involute. I pensieri si spostastano con rapidità da un tema all'altro, e rendono difficile al lettore seguirli. Del resto, i pesnieri di ognuno di noi non seguono schemi ben precisi, e qui l'autrice ha tentato di riportarli sulle pagine del suo romanzo così come si creano nella mente dei suoi personaggi. Non si tratta propriamente dello stream of consciuosness di Joyce, ma di qualcosa che gli è molto affine. Ci vogliono tempo e pazienza per arrivare fino in fondo, anche perchè l'assenza di una trama che scandisca i tempi del romanzo costituisce un ulteriore ostacolo. Non vi nascondo che ho perso spesso il filo della narrazione, e sono dovuta tornare indietro di qualche pagina per recuperarlo.
Ho letto in rete che questo non sarebbe "un romanzo per tutti"; io, più che un romanzo non adatto a tutti i tipi di lettore, lo definirei come non adatto a tutti i momenti della nostra vita "libresca". Soprattutto, credo sia fondamentale avvicinarsi al testo con consapevolezza.

Torta al caramello in Paradiso...

... di Fannie Flagg.

La scheda del libro sul sito BUR Rizzoli

Elner Shimfissle ha più di ottant'anni, ma è ancora piena di vita e di energie. Così le sembra perfettamente normale arrampicarsi su una scala per raccogliere fichi dall'albero nel suo giardino. Punta da uno sciame di vespe, cade, batte la testa e muore in ospedale. Potrebbe sembrare la fine della storia, e invece per Elner comincia un viaggio incredibile alla volta del Paradiso, mentre tutti i suoi familiari e amici la ricordano e la piangono sconvolti. Ma il viaggio di Elner sarà breve, perché dovrà tornare sulla Terra e portare un messaggio a tutti quelli che vorranno ascoltarla.
È buffo, sapete, mentre siamo in vita ci spremiamo tutti quanti il cervello per capire cosa sia veramente la vita, e non è altro che un dono da godere.
Fannie Flagg, un nome, una garanzia. Un'autrice da cui sai già cosa aspettarti, e che comunque riesce sempre a sorprenderti piacevolmente.
Con questo romanzo, torniamo a Elmwood Spring, teatro dei migliori romanzi di Fannie Flagg (a parer mio): Pane, cose e cappuccino dal fornaio di Elmwood Spring (in onore del quale ho intitolato il mio blog) e In piedi sull'arcobaleno (recensito qui).
Qui zia Elner, da delizioso personaggio secondario, si trasforma in adorabile protagonista, pronta a dispensare perle di saggezza (per lo più a parenti e amici, per lo più per telefono, per lo più a orari improbabili).
Elner ha sempre preso la vita come veniva, senza lamentarsi, senza ansie inutili e senza paranoie.

"Vedi, Elner la vita è come un giro sulle montagne russe, tutta sussulti, curve e sbandamenti, un su e giù dall'inizio alla fine."
"Ah", disse Elner. "E tutto quel che bisogna fare è stare seduti a godersela"

La sua caratteristica principale è quella di non aver mai perso il senso del meraviglioso, quella incredibile capacità che hanno per lo più i bambini, che ti porta a meravigliarti delle cose belle della vita, e ad essere felice con poco.

Quando si diffonde la notizia che Elner non ce l'ha fatta, i suoi amici e vicini cominciano a pensare a come la semplice vicinanza di Elner abbia toccato le loro vite, e noi lettori ci troviamo a scoprire come le stravaganze della vecchia signora siano riuscite a cambiare in meglio le vite di chiunque sia stato a contatto con lei.
In particolare seguiamo le vicende di Norma, la nipote di Elner, e di suo marito Macky. Norma è una maniaca del controllo, ansiosa e agitata, ovvero l'esatto contrario di sua zia. Dall'incontro-scontro tra queste due personalità si sviluppano gli episodi più significativi (e divertenti) del romanzo. Non sarà facile per Norma accettare prima la morte e poi il "ritorno" di Elner, e i suoi ricordi di quell'esperienza.
In mezzo a questa lunga serie di aneddoti gustosi e allegri, dolci e ironici, spunta qualcosa di inaspettato: Elner nasconde una pistola nel cesto dei panni sporchi. E così, anche lei ha un segreto. Ed è così che l'autrice decide di sorprenderci e di intrigarci con un piccolo mistero.
Quello che rende questo romanzo speciale è il fatto che la Flagg sia riuscita a costruire un personaggio che a quasi novant'anni trova - ad esempio - portentosa la corrente elettrica; che ha fondato un Club del Tramonto, per godersi tutti i giorni la bellezza, appunto, dei tramonti; che nutre gli uccellini nel suo giardino; e tutto ciò senza scadere nella macchietta. Elner è sicuramente ingenua e un po' naive, ma non è mai sciocca, e riesce a farti vedere il mondo con i suoi occhi, almeno per un poco. Qui sta secondo me il grande merito dell'autrice.

Questo è un romanzo che ti riconcilia col mondo, pieno di messaggi positivi forse eccessivamente ottimisti. Forse il mondo descritto da Fannie Flagg nei suoi romanzi non esiste e non esisterà mai, ma ogni tanto bisogna pur concedersi di sognare a occhi aperti, tra le pagine di un libro.
Voto: 8

giovedì 14 settembre 2017

I custodi della biblioteca...

... di Glenn Cooper.

La scheda del libro sul sito della TEA

ATTENZIONE: questo è il terzo volume di una trilogia, se non volete spoiler sui volumi precedenti (La Biblioteca dei morti e Il libro delle anime) non leggete oltre.
 
Premessa: Will Piper, ex agente dell'FBI ha scoperto l'esistenza di un antico segreto, la biblioteca dell'abbazia di Vectis, sull'isola di Wight, dove misteriosi scrivani, in epoca medievale, registravano le date di nascita e morte di tutta l'umanità presente e futura. Arrivati al 9 febbraio 2027, gli scrivani si erano suicidati in massa, lasciando un messaggio sulle loro pergamene: fines dierum (la fine dei giorni).
 
USA, 2026. Will ha una moglie, la ex collega Nancy, ha un figlio adolescente e, dopo aver rivelato al mondo l'esistenza della Biblioteca, è in pensione e cerca di godersi la vita. Ma l'avvicinarsi della data fatidica del 9 febbraio 2027, chiamata l'Orizzonte, sta creando problemi e primi segni di panico tra la gente. Philip, figlio di Will, scappa improvvisamente di casa, attirato da un misterioso messaggio che promette di svelargli qualcosa di stupefacente. Contemporaneamente, qualcuno comincia a mandare nuovamente cartoline con una data di morte a semplici cittadini. Le persone muoiono puntualmente come riportato sulle missive. Ma chi può avere avuto accesso al segretissimo database che contiene i volumi della Biblioteca, custodita nell'area 51? E perché il misterioso mittente ha scelto solo persone di origini cinesi, causando tra l'altro gravi frizioni con il governo della Repubblica Popolare? Possibile che la fuga di Philip e la comparsa delle cartoline siano in qualche modo legate?
 
I custodi della biblioteca è il terzo volume della trilogia dedicata al Will Piper. Confesso di non aver letto il volume di mezzo, ma questo non mi ha impedito di godermi appieno il romanzo.
Come già accaduto nei volumi precedenti, il romanzo scorre lungo due linee temporali: quella nel presente e quella nel passato
Il "presente" è quello di un mondo leggermente più avanzato del nostro (siamo nel 2026) in cui però su tutto e tutti pende l'ombra cupa dell'Orizzonte. Nessuno sa cosa accadrà, ma la maggior parte delle persone pensano che quel giorno inizierà l'Apocalisse. L'economia ne risente e anche i suicidi sono in aumento. La situazione geopolitica è tesa.
 
La linea temporale passata, invece, è ambientata nel 1296, nell'abbazia di Vectis. Non credevo che, dopo la strepitosa idea sviluppata ne La biblioteca dei morti, Cooper sarebbe riuscito a tirare fuori dal cilindro un'altra idea, complementare e altrettanto intrigante.
 
Il romanzo dunque è una degna conclusione della trilogia. È interessante, stimolante, ben scritto e scorrevole.
Ha però alcune debolezze, a parer mio. Ad esempio, l'esca gettata a Philip, che da il via alla trama ambientata nel presente e segna il ritorno all'azione di Will, è deboluccia. Seguire la traccia che Philip insegue fuggendo di casa è davvero un atto di fede un po' forzato. Certo, dobbiamo considerare che siamo di fronte ad un ragazzo adolescente e che probabilmente il mondo finirà più o meno entro un anno, ma il via all'azione viene dato, secondo me, in maniera poco soddisfacente.
Anche la gestione delle situazioni di pericolo in cui Will finisce (e relative soluzioni) mi sono sembrate troppo semplicistiche. Insomma, Will ad un certo punto si trova in una situazione esplosiva, apocalittica, ma se la cava troppo facilmente. C'è la tendenza da parte dell'autore a calcare la mano sul fascino di Will con l'altro sesso, e questa cosa lo toglie d'impaccio un po' troppo spesso per i miei gusti. Ho trovato più solidità e coerenza nella storyline ambientata nel passato.
La parte riguardante le cartoline che preannunciano la morte segue uno schema già presente nel primo volume della trilogia, ma risulta più solida nelle motivazioni rispetto a quanto narrato ne La Biblioteca dei morti. L'unico difetto che posso imputargli è quello di essere stata svolta sinteticamente, per lasciare probabilmente più spazio alle altre sotto - trame.
 
Nonostante ciò, ho apprezzato il romanzo nel suo complesso. Ne ho apprezzato soprattutto la risoluzione dei conflitti e dei misteri lasciati in sospeso. Non era facile scrivere una conclusione adeguata per una storia come questa, e Glenn Cooper ci è riuscito.
In particolare, l'autore è riuscito ad infondere al suo romanzo quel tocco di intrigante mistero e fascinazione che avevo amato nel primo volume della trilogia, e a coniugare ancora una volta realismo, thriller ed azione con l'elemento soprannaturale in un mix riuscito. 
 
Voto 7-

mercoledì 13 settembre 2017

Non ditelo allo scrittore...

... di Alice Basso.

La scheda del libro sul sito della Garzanti

Vani ha un dono: le basta osservare le persone per capire, dai loro gesti, dai loro movimenti, dai loro piccoli tic, cosa passa loro per la mente. E le basta un niente per immedesimarsi e pensare con la loro testa. Vano sfrutta questo suo talento scrivendo libri che poi altri firmeranno.
Il commissario Berganza, però, ha capito che il talento di Vani può fare molto di più, e spesso si trova a chiederle aiuto per risolvere casi intricanti.
In questo romanzo, Vani deve cercare di scoprire come fa un boss della malavita, vecchio e malato, a mandare messaggi ai propri sodali dalla villetta in cui si trova agli arresti domiciliari.
Sul fronte letterario, invece, Vani si trova alle prese con un capolavoro della letteratura italiana, e col sospetto che sia stato scritto non dal suo autore, ma da un ghostwriter come lei. Purtroppo, però, il suo capo le affianca in questa ricerca il miglior autore della casa editrice L'Erica, cioè Riccardo, l'uomo che l'ha ingannata  e spezzato il cuore.
 
Ogni volta che recensisco un libro di Alice Basso non riesco a trattenermi dal dire: Vani è tornata! E questa recensione non fa differenza.
Il punto qui non è che l'autrice ha scritto un nuovo libro, il punto è che ad ogni nuovo romanzo Vani torna sul serio per i suoi lettori. Non tradisce le promesse, non delude le aspettative. E' sempre il personaggio che amiamo, costruito alla perfezione, con le sue nevrosi, le sue caratteristiche e anche con le sue fragilità. Insomma, tutti sono capaci di scrivere un sequel, ma non tutti sono in grado di scriverne uno che mantenga gli - altissimi - standard dei volumi precedenti.

E quindi sì, Vani è tornata, è sempre perfettamente se stessa e noi lettori la amiamo più che mai.
Quello che invece io non amo è Riccardo. Mi spiego: io non lo amo perché mi sta antipatico. Ecco, l'ho detto. Ma la bravura dell'autrice suppongo si veda anche da qui. Io Riccardo non lo sopporto non perché sia costruito male, o faccia cose illogiche o incoerenti. Io lo detesto proprio perché è come è, e l'autrice ha saputo renderlo alla perfezione.
In questo romanzo, Riccardo si comporta come il classico uomo che non capisce che no è no. Perseguita Vani con gesti che lui definisce romantici, e che io invece (e anche Vani, eh) definirei stalking. Ho trovato interessante che Morgana e la sua amica, due adolescenti, ritengano i suoi gesti da principe azzurro. Questo mette in luce come tali comportamenti siano ritenuti accettabili solo quando si ha una visione ancora immatura dell'amore. E mi ha fatto piacere che Alice Basso, per bocca di Vani, abbia chiarito il punto.
 
In questo libro ci sono sviluppi anche sulla situazione sentimentale di Vani, sviluppi che tutti noi lettori, presumo, attendevamo. Qualcuno resterà deluso, altri esulteranno (come è capitato a me).
 
L' intreccio giallo stavolta non è predominante, perché questo romanzo è fatto di molto sotto-trame che si intrecciano. Prima fra tutte quella riguardante i flashback di Vani ragazzina, che oltre ad essere illuminanti sono di una bellezza struggente.
Altro tema del libro, la caccia ad un ghostwriter che è riuscito a rimanere nascosto per decenni. Ed è lampante che ci vuole un ghostwriter per scovarne un altro che ha saputo occultarsi così bene e così a lungo. Questo intreccio mi ha affascinata molto, ed è la parte del romanzo che preferisco.
Comunque la trama propriamente gialla non delude, in ogni caso, anzi, tutt'altro, perché questa volta Vani si ritrova alle prese con tipo di caso e di criminale molto diversi dai precedenti e potenzialmente molto più pericolosi. 
Ho apprezzato la ventata di novità che un caso diverso dai soliti ha portato nella serie.
 
Libro consigliatissimo (ma suggerisco di recuperare prima gli altri due della serie, recensiti qui e qui, per godersi a pieno le avventure di Vani)
 
Voto: 8

martedì 12 settembre 2017

L'avventuriera. 67 Clarges Street # 5...

... di M. C. Beaton.

La scheda del libro sul sito della Astoria Edizioni

Londra, epoca Regency. La casa signorile situata al numero 67 di Clarges Street ha una pessima fama. C'è chi dice che porti sfortuna, altri che sia infestata dal fantasma del nono conte di Pelham, suicidatosi proprio in quella casa. Fatto sta che molte cose spiacevoli sono successe lì, e ora la casa è vuota e viene affittata solo durante la Stagione, quel periodo che va dalla primavera all'estate, in cui le giovani dell'alta società sbarcano a Londra in cerca di un marito. La servitù della casa - Rainbird il maggiordomo, Mrs. Middleton la governante, Angus il cuoco, Joseph il valletto, Alice la cameriera, Jenny la domestica, Lizzie e Dave gli sguatteri - non se la passa bene. L'amministratore paga stipendi da fame e addebita al proprietario spese più alte, intascando la differenza. Ma, dopo tante vicissitudini, i domestici sono quasi una famiglia, e hanno risparmiato per comprare un pub tutto loro. L'arrivo di una signora bella ma sconosciuta, e all'apparenza molto avara, fa temere alla servitù che per quella stagione ci saranno poche ricevimenti e feste, e di conseguenza poche mance. Perciò tentano di spaventarla per mandarla via, ma ad un certo punto Rainbird viene a conoscenza di un particolare che farà ricredere tutti loro sulla nuova inquilina. Come accaduto in precedenza, Rainbird e compagni la prenderanno sotto la loro ala protettrice per assicurarle il lieto fine che merita.
 
Siamo arrivati alla quinta e dunque alla penultima delle avventure ambientate nella casa di Clarges Street. La servitù è ad un passo dal coronare il proprio sogno di mettersi in proprio, e liberarsi dal giogo che il malvagio e avido amministratore Palmer ha imposto su di loro. Serve un'ultima stagione per accumulare mance e aumentare il gruzzolo dei risparmi.
Giunti così vicini alla libertà, i domestici cominciano a farsi spregiudicati, le loro avventure guadagnano spazio e le loro azioni si fanno sempre più incisive e determinanti ai fini della trama.
La storia della bella sconosciuta, Emily Goodenough, ricca ma senza amici importanti, e con una parlata talvolta grossolana e volgare, e quelle dei domestici si intrecciano strettamente e non danno luogo a due distinte trame, ma costituiscono un'unica narrazione, divertente e ironica come sempre.
L'autrice gioca con gli equivoci, i segreti (perché Emily ne ha uno, di segreto, molto grosso e pericoloso per la sua vita sociale), gli inganni e gli intrighi. La mescolanza di questi elementi le riesce particolarmente bene.
Il romanzo è scorrevole, piacevole da leggere e divertente.
Una menzione speciale merita anche questa volta il personaggio di Lizzie. Da sguattera analfabeta e trascurata, si trasforma in una signorina compita, elegante e soprattutto intelligente. Quello che mi ha colpito di lei, e che trovo molto significativo, è che con i suoi ragionamenti riesca a mettere in dubbio verità che vengono date per scontate come fossero dogmi. Non è una cosa semplice da fare, specie se queste affermazioni provengono da persone amate e stimate. Eppure in Lizzie c'è un insopprimibile bisogno di capire, di migliorare e di attivarsi per farlo, senza accettare passivamente quello che accade.
Se c'è una morale in questa serie libri, credo sia questa.
E nonostante si tratti di libri leggeri (ma non superficiali), io credo che il messaggio in fondo ci sia, perché la Beaton non manca di criticare la cosiddetta buona società, scegliendo come protagonisti personaggi che per qualche ragione ne stanno ai margini, ma che alla fine si rivelano molto più veri e meritevoli di chi è nato tra privilegi e opportunità.
In questo senso Lizzie è emblematica, e resta la mia preferita.

È altresì particolarmente evidente che siamo ormai quasi giunti alla conclusione della serie. La stagione non termina in questo libro, ma prosegue nel prossimo e ultimo volume della serie, dal promettente titolo La vendetta di Rainbird.

Voto 7 e 1/2

lunedì 11 settembre 2017

Il mare nasconde le stelle...

di Francesca Barra.

La scheda del libro sul sito della Garzanti

Remon ha 14 anni quando decide di fuggire dal suo paese, l'Egitto, a causa della situazione sempre più pericolosa per chi, come lui, è di religione cristiano-copta. Violenze, soprusi e pestaggi sono all'ordine del giorno.
Aiutato da un cugino, con poche cose in un busta di plastica e senza sapere niente di quello che lo attende, Remon sale su uno di quei barconi tristemente noti. Crede di attraversare un braccio di mare, invece attraverserà l'inferno.
 
Non è facile recensire un libro che tocca un tema così attuale, delicato e doloroso.
Quello che è scritto in questo diario, trascritto e rielaborato da Francesca Barra, è molto istruttivo e significativo.
Nell'incoscienza e nell'ignoranza di ciò che lo aspetta, Remon parte perché sente di non avere altra scelta. Abbandona i genitori senza salutarli, oppresso dal senso di colpa per quella fuga e per l'enorme debito che lascerà loro da pagare.
Nel viaggio di Remon c'è tutto: la fame, la paura, il pericolo, la speranza, il tempo che non passa mai e sembra dilatarsi all'infinito. E poi c'è l'approdo in una terra sconosciuta e a tratti ostile. Da quel momento comincia per Remon un altro viaggio, quello per riappropriarsi della sua vita una volta sbarcato; per ricominciare a costruirsi un futuro, andare a scuola, integrarsi.
Se si pensa che questa è la storia vera di un ragazzino di 14 anni, essa acquista un sapore diverso, epico e drammatico, e non la si può leggere senza riflettere su molte cose, senza guardare con occhi diversi gli articoli di cronaca sull'immigrazione che leggiamo quotidianamente e a cui, diciamoci la verità, ci siamo assuefatti.
Da questo punto di vista il lavoro di Francesca Barra e di Remon è ammirevole, e rende questo libro un ottimo punto di partenza per avvicinarsi a questa tematica, specie per un pubblico più giovane.
 
Dal punto di vista esclusivamente letterario, non nascondo che mi sarei aspettata qualcosa di più.
Il linguaggio è volutamente molto molto semplice, cosa che del resto posso comprendere, perché si tratta pur sempre di un libro basato sul diario di un ragazzino che non parla l'italiano come prima lingua, e di cui l'autrice non ha voluto tradire lo spirito.
Ma, a parer mio, l'intervento appunto di un'autrice brava e capace come  Francesca Barra avrebbe potuto spingere la narrazione un pochettino più in profondità, scendere ancora qualche gradino, invece di restare a pelo d'acqua, per così dire.
Avrei gradito qualche dettaglio in più sulle ragioni che hanno spinto Remon alla fuga e anche che la parte del viaggio in mare fosse stata maggiormente ricca. Non certo per curiosità morbosa, ma per guardare e finalmente comprendere davvero quello che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni.
Ecco, in certi momenti, per capire a pieno cosa stava passando Remon dovevo fare appello a quello che avevo letto in precedenza su scafisti, maltrattamenti, centri di accoglienza come prigioni, eccetera. Mi sembrava che il libro me ne raccontasse la storia solo in parte, solo in superficie.
 
Credo, comunque, che il romanzo sia, come accennavo prima, rimasto fedele alla narrazione di Remon, che aveva 14 anni al momento del viaggio e non poteva che vedere il mondo attraverso i suoi occhi ingenui di ragazzino.
Questa caratteristica può essere un pregio, come potrebbe essere considerata un difetto.
Sta al lettore giudicare, anche perché io questo libro, al di là delle mie perplessità, lo consiglio vivamente, perché nella sua semplicità riesce comunque a far riflettere e far nascere delle domande.

domenica 10 settembre 2017

Dimmi che credi al destino...

... di Luca Bianchini.

La scheda del libro sul sito della Mondadori

Ornella ha 55 anni, vive a Londra ormai da molti anni e dirige una libreria per italiani che rischia di chiudere. Cercando di risollevarne le sorti, Ornella coinvolge Diego, un giovane apprendista-barbiere napoletano, anche lui trasferitosi a Londra e la sua amica Patti, donna eccentrica che vive in Italia ma è sempre pronta a correre da lei per darle una mano.

Questo è il primo libro che leggo di Luca Bianchini, autore di cui ho sentito dire sempre bene, e devo purtroppo confessare che sono rimasta profondamente delusa.
La trama, sulle prime, è molto accattivante, anche per la simpatia con cui vengono descritti e presentati i personaggi. 
Ornella è una signora di mezza età molto giovanile, con alle spalle un passato doloroso e irrisolto. Questo non le impedisce di avere una punta di follia nella vita di tutti i giorni. Ad esempio, convinta che avere allergie siano una cosa piuttosto cool, si inventa una improbabile allergia all'origano, finendo quasi per crederci davvero. Potrebbe risultare simpatica e divertente, ma ha due lati - quello un po' folle e quello legato alle sofferenze del suo passato - che l'autore non ha saputo amalgamare e rendere verosimili e coerenti.
Patti è l'amica di Ornella, in attesa che la zia di suo marito tiri le cuia e lasci loro una cospicua eredità. Dovrebbe essere una sorta di contrappunto di Ornella, più seriosa, ma a me è sembrata soltanto un personaggio poco riuscito, estremo in ogni azione e decisione, e senza credibilità.
Diego, che lavora part time dal barbiere di fronte alla libreria, è un giovane napoletano in fuga da un amore omesessuale non ricambiato. Odia il caffè e la pizza gli rimane sullo stomaco. Sulle prime questa cosa mi ha fatto sorridere, perchè ci ho visto un ironico tentativo dell'autore di sovvertire gli stereotipi sugli italiani.
Altra cosa che mi ha fatto sorridere, il colloquio che Ornella ha con un vecchio signore inglese, a proposito della possibilità di salvare o meno la libreria:

"Invece deve provarci, soprattutto perchè è italiana."
"E cosa c'entra che sono italiana?"
"Voi italiani sapete sempre togliervi dai guai."
"Quelli sono i napoletani."
"Per noi siete tutti napoletani." 

Mi ha fatto sorridere il punto di vista un po' superficiale, un po' ironico con cui il distinto gentiluomo dichiara di guardare agli italiani, e il candore con cui lo ammette.
Peccato che al di là di questo tentativo, l'autore non ne abbia fatto altri per raccontarci una storia originale e senza luoghi comuni, o meglio, per ribaltare e sfruttare i luoghi comuni per intrattenere il lettore. Tutt'altro. Ben preso il romanzo scivola fino a diventare la sagra della banalità e dello stereotipo. Se ne contano a decine.
Prendiamo Diego, che potenzialmente aveva le carte in regola per essere un bel personaggio.
Ecco, anche io sono napoletana e particolarmente fiera delle mie origini, ma vi posso assicurare che riesco a avere conversazioni anche senza infilare le parole Napoli o napoletano ogni dieci parole. So parlare anche di altro, eh.
Diego no. E se per caso a Diego dimentica di dire Napoli ogni 3x2, ci pensano i suoi interlocutori. Del resto, di che cosa vuoi parlare con un napoletano? Dopo avergli chiesto della pizza e del mandolino, altri argomenti di conversazione non ne restano. Al massimo al massimo puoi chiedergli di Maradona.
La cosa più irritante di Diego poi è che quando parte con i suoi discorsi su Napoli non riesce mai ad andare oltre la superficie. I suoi pensieri non sono veri, vivi, reali, ma sono frutto di quelle quattro immagine da cartolina o da luogo comune che tutti conosciamo: il traffico-il Vesuvio-la partita-la pizza.  Non riesco a credere che uno scrittore abbia caratterizzato un personaggio con così tanta superficialità. Per me questa è pigrizia intellettuale.
 
Questa tendenza a ridurre tutto a stereotipo non è solo di Diego, ma è  diffusa tra tutti i personaggi.

Clara, la dipendente della libreria, non sopporta Diego perchè un ragioniere napoletano poteva capitare solo a lei. [...] Non solo avrebbero chiuso la libreria, ma l'avrebbero fatto anche con il chiasso e il disordine che da sempre i meridionali mettono in tutto ciò che fanno.

Julie, la fioraia danese invaghita di Diego, se ne esce con frasi del tipo: sei il solito italiano orgoglioso e permaloso. (E alla domanda "che ne sai tu degli italiani?" risponde che ha conosciuto il fidanzato italiano della sorella, e gli è bastato e avanzato. Ah beh. Un campione significativo, complimenti Julie!)
Sempre a Julie piace l'idea dell'uscita in doppia coppia con due italiani che ti cucinano la pasta, ti spostano la sedia e ti portano le rose. (Il mandolino, Julie, hai dimenticato il mandolino!)

La sorella di Julie, Anastasia, invita Diego a cena a casa sua e lo accoglie cantando 'O sole mio. L'unico termine che mi viene in mente è: imbarazzante. Io mi sarei girata e me ne sarei andata.

Diego torna nel suo appartamento che condivide con un ragazzo greco e lo trova che balla il sirtaki con degli amici. (Questa fa splendidamente il paio con 'O sole mio. Io me li immagino proprio i giovani greci che nel tempo libero ballano il sirtaki e scolpiscono capitelli corinzi.)

Nunzio, fidanzato di Anastasia, dice che lei le piace perchè non mi sta addosso come le italiane che tra un po' ti soffocano, lavora regolarmente e non mi chiede mai un regalo (!!!).
Di sè dice di essere il classico calabrese, anche se non mangia la 'nduja. Vabbè.
Ornella pensa che il suo vicino di casa  sia il tipico esempio di inglese che ti sorride davanti e ti accoltella dietro.

Ecco, questi non sono neanche tutti gli esempi che potrei estrapolare dal testo. Questo è il modo in cui i personaggi si vedono l'un l'altro, il modo in cui si descrivono agli altri e al lettore.
In mezzo a questa fiera della banalità, viene appiccicata un po' a fatica la storia di Ornella che deve chiudere i conti con il suo ex marito, ormai malato terminale. Una storia piuttosto surreale, inverosimile, che vede lei e Patti (altro personaggio completamente sopra le righe e poco credibile) imbarcarsi in un viaggio per l'Italia su una seicento sgangherata semplicemente perchè Ornella deve chiedere aiuto ad una Madonnina di gesso situtata in un luogo del suo passato. Mi spiego: l'uomo responsabile dei traumi del suo passato sta morendo e vuole vederla per l'ultima volta. E lei, matura signora di 55 anni, percorre centinaia di chilomentri per chiedere alla statua della Madonnina se deve vederlo o meno. Boh.

Insomma, io non trovo veramente nulla da salvare in questo romanzo. Forse solo il fatto che comunque è una lettura veloce e scorrevole.

Voto: 4

La sabbia non ricorda...

... di Giorgio Scerbanenco.

La scheda del libro sul sito della Garzanti

Un uomo, un giovane siciliano, viene trovato morto sulla spiaggia di Latisana, sulla costa veneta. L'uomo è stato accoltellato, e subito le autorità pensano ad un regolamento di conti. Ma il giovane aveva una storia lunga e complessa alle spalle; in questa storia si trova coinvolta suo malgrado Michela, figlia di un alto funzionario della Polizia di Stato, che soggiorna poco distante dal luogo del delitto. Con suo padre è ospite nella villa di un amico di famiglia, nel tentativo di vincere la profonda depressione di cui soffre. Proprio il figlio del loro ospite, Roberto, sembra essere un possibile sospettato del delitto, e Michela sente che deve fare qualcosa per aiutare quel giovane avventato ma a modo suo affascinante.

La sabbia non ricorda è un romanzo giallo molto diverso da quelli cui siamo abituati al giorno d'oggi. Scritto nel 1963, ha un ritmo tranquillo ma non è né lento nè noioso. Lo sguardo dell'autore sui suoi personaggi è delicato e dolente. La scrittura e l'impianto narrativo sono molto eleganti. Il linguaggio è forbito, anche quando a parlare sono persone di scarsa cultura o con scarsa dimestichezza con l'italiano.
Tutte queste caratteristiche contribuiscono a dargli un innegabile fascino un po' retrò.
 
I personaggi sono molteplici. Di tutti viene descritta la storia con attenzione e cura nei dettagli.
Questa caratteristica è stata la cosa che più mi ha affascinata nel romanzo. Non c'è solo l'indagine, la ricerca affannosa del colpevole, ma anche la ricostruzione delle vite e dei drammi di tutte le persone coinvolte.
La mia preferita è stata Maruzza, sorella della vittima giunta dalla Sicilia nella speranza di stabilirsi col fratello e costruirsi una vita nuova. Quando arriva in Veneto non sa ancora che il fratello è stato assassinato. Il racconto della sua storia, la sua reazione e le azioni che intraprenderà di conseguenza sono ricchi di pathos e di drammaticità, e valgono da soli la pena di leggere il romanzo.

Altro personaggio minore ma ben caratterizzato è Irene, ragazza di bassa estrazione sociale, che vede attraverso Roberto un modo per fuggire dallo squallore della sua vita. E' un personaggio con luci e ombre; a prima vista, una detestabile e avida arrampicatrice sociale, ma nella realtà, una persona disillusa, ferita e stanca di lottare.

L'intreccio giallo coinvolge Michela, suo padre, Roberto e Alberto, detto Al, poliziotto nonché amico di gioventù di Michela. La soluzione non è né veloce né facile, e di certo non è scontata. In qualche modo però il raggiungimento della verità  non sembra essere la priorità dell'autore; importante è costruire l'affresco di vite intorno alla vicenda, tutte col loro carico doloroso, e tutte ugualmente interessanti. Ma soprattutto ognuna di queste esistenze tormentate reca con sé un "mattoncino", un dettaglio all'apparenza insignificante, che ha contribuito a lastricare la via che ha portato all'omicidio e alla sua soluzione. Il tormento di queste anime sembra essere il filo conduttore che le lega.
Tra l'altro, la scoperta della verità sarà portatrice di altra sofferenza e altro rimpianto nelle vite dei protagonisti.

Un giallo diverso ma interessante.
Voto: 7

domenica 3 settembre 2017

Il segreto di Black Rabbit Hall...

... di Eve Chase.

La scheda del libro sul sito della Rizzoli

La famiglia Alton trascorre i week-end e le vacanze a Black Rabbit Hall, una vecchia dimora sulla costa della Cornovaglia. È una vecchia casa piena di spifferi e cigolii, ma i bambini della famiglia, Amber, il suo gemello Toby e i piccoli Kitty e Barnes, la amano. Amano le vecchie e ampie stanze da esplorare, i giardini e il bosco pieno di scoiattoli e conigli, il mare e la scogliera. A Black Rabbit Hall sono felici. Ma un brutto giorno qualcosa di terribile accade mentre si trovano lì, e la vita della famiglia cambia per sempre.
Trent'anni dopo, Lorna gira la Cornovaglia alla ricerca di una dimora nobiliare in cui celebrare il proprio matrimonio. Quando si imbatte in Black Rabbit Hall ne rimane affascinata, quasi ossessionata, e decide che non si darà pace fino a che non scoprirà cosa è successo alla famiglia Alton.
Il segreto di Black Rabbit Hall è un bel dramma gotico dalle tinte fosche che possiede tutti gli elementi per diventare il classico libro che non puoi mettere giù. La vecchia casa è protagonista tanto quanto i membri della famiglia Alton; è un luogo di gioia e felicità che si trasforma ben presto in un luogo di dolore nonché simbolo di tutto quello che la famiglia ha perduto. Nei primi capitoli il senso di tragedia incombente è quasi palpabile tanto è reso bene. Il dramma che sconvolgerà i destini dei membri della famiglia non è che un punto di partenza, e non certo il momento di maggior tensione della trama.
In questo romanzo si ritrovano i classici tratti del romanzo gotico - la vecchia casa, membri di una famiglia di cui si sono perdute le tracce, la crudeltà all'interno delle mura domestiche - sia quelli che sono diventati i tratti distintivi dell'evoluzione moderna del genere. Mi riferisco in particolare alle due storyline svolte parallelamente, una nel presente, e una nel passato.
Se proprio devo trovare un difetto in questo romanzo, direi che i capitoli ambientati nel presente sono a volte lenti e prolissi. Il lento avvicinamento di Lorna alla casa, alla sua storia, alla spasmodica ricerca della verità rallenta il ritmo del romanzo.
Questo però non impedisce al lettore di calarsi completamente nelle atmosfere cupe della Cornovaglia.

Il personaggio principale della storia è Amber, vera eroina gotica: intelligente, anticonformista, coraggiosa e romantica. E' lei quella che si troverà a lottare contro il destino avverso. Il rapporto simbiotico con il gemello Toby ne mette in luce le caratteristiche e ne evidenzia l'evoluzione. Ho trovato veramente bello e stimolante vedere come i due gemelli crescono con tempi diversi; Amber diventa ben presto adulta, mentre Toby, di fronte alla tragedia, si rifugia in una sorta di adolescenza prolungata. Le differenze emergenti incrineranno il rapporto tra i fratelli e segneranno il loro destino.
Il personaggio che ho preferito, però, non è Amber, bensì la nuova proprietaria di Balck Rabbit Hall, che Lorna incontra quando visita la casa. Per ovvie ragioni non intendo rivelare di chi si tratta (il lettore lo intuisce facilmente ma rivelarlo adesso vorrebbe dire svelare il dramma che colpisce la famiglia). Sebbene si tratta di un personaggio tutt'altro che simpatico, ho apprezzato la sua caratterizzazione, la sua gelida e crudele determinazione, la convinzione di essere nel giusto. Insomma, in un romanzo con queste atmosfere un'antagonista di questo tipo è necessaria.

Le atmosfere cupe sono appunto la miglior caratteristica di questo romanzo; perciò non ho apprezzato appieno il finale. C'erano un po' troppa gioia e felicità tardiva e liberatoria, per i miei gusti.

Voto: 7

giovedì 31 agosto 2017

Niente di nuovo sul fronte occidentale...

... di Erich Maria Remarque.

La scheda del libro sul sito Mondadori

Germania, 1914. Paul Bäumer ha diciannove anni quando, spinto dall'entusiasmo e dalla propaganda patriottica, decide di arruolarsi volontario per combattere durante la Prima Guerra Mondiale. Insieme a un gruppo di compagni di scuola, parte per quella che a loro sembra una gloriosa avventura. Ma di glorioso, onorevole e avventuroso la guerra non ha nulla. Paul lo scoprirà lentamente, sulla propria pelle.
 
Per meglio comprendere il romanzo che sto per recensire, è necessario spendere due parole sul suo autore. Remarque si arruolò a diciotto anni, come il protagonista del suo romanzo, e come lui combatté nelle trincee sul fronte francese. Partecipò alla battaglia delle Fiandre. Dieci anni dopo la fine della guerra, per rielaborare quello che forse oggi chiameremmo "un disturbo post traumatico da stress", fatto di continue depressioni e attacchi di panico, scrisse Niente di nuovo sul fronte occidentale. Il romanzo ebbe un grande successo, ma con l'ascesa del nazionalsocialismo, venne considerato un libro disfattista e pericoloso, e addirittura bruciato in piazza nel 1933.
La ragione è semplice: nella sua estrema, disarmante semplicità, il romanzo mostra la brutalità e l'insensatezza della guerra. Per farlo, non ha bisogno di ricorrere chissà a quali artifici retorici, espedienti narrativi o altro; al romanzo basta raccontare la fredda cronaca. E in questo sta la sua grandezza.
 
Questo è uno di quei libri che andrebbero letti almeno una volta nella vita. Siamo abituati a pronunciare parola come la tragedia della guerra o gli orrori della guerra, ma la maggior parte della volte sono frasi di circostanza, perché la verità è che la mia generazione (anni '70 del secolo scorso) non ha la più pallida idea di cosa voglia dire trovarsi in mezzo ad un conflitto (e voglia il cielo che non debba scoprirlo mai).
Questa romanzo riempie queste frasi di contenuti e di realtà.
Con uno stile semplice, lineare, con frasi brevi e asciutte fotografa la guerra di trincea. Snervante, estremamente dispendiosa in termini di vite umane, insensata e incomprensibile per chi la combatte. Ci racconta del sangue, della fame, delle piaghe, dei minuti che non passano mai, dei fischi delle granate, dell'amicizia, della morte, del cameratismo.
 
Paul e i suoi compagni partono per la guerra pieni di orgoglio per la missione che si apprestano a compiere. Oltre alle brutture, alle perdite, al sangue, agli stenti che il conflitto metterà loro davanti, la guerra gli ruberà proprio questo orgoglio, questa speranza di combattere per una giusta causa e per un mondo nuovo e migliore. In parole povere, ci dice lo scrittore, la guerra ruberà loro la speranza nel futuro.
 
[...] non siamo più giovani, non aspiriamo più a prendere il mondo d'assalto. Siamo dei profughi, fuggiamo noi stessi, la nostra vita. Avevamo diciott'anni, e cominciavamo ad amare il mondo, l'esistenza: ci hanno costretti a spararle contro.
La prima granata ci ha colpiti al cuore; esclusi ormai dall'attività, dal lavoro, dal progresso, non crediamo più a nulla. Crediamo alla guerra.

Niente di eroico o di consolante vi è nella morte.

Francesco Kemmerich [un commilitone del protagonista, n. d. Lisse]  al bagno pareva piccolo e sottile, come un fanciullo. Ora è lì, disteso; perché poi? Vorrei far sfilare tutto il mondo davanti a questo letto, e dire: “Questi è Franz Kemmerich, diciannove anni e mezzo; non vuol morire. Non lasciatelo morire!”
 
E non c'è gloria nell'uccidere un altro uomo.
 
Compagno, io non ti volevo uccidere. Se tu saltassi un'altra volta qua dentro, io non ti ucciderei, purché anche tu fossi ragionevole.
Ma prima tu eri per me solo un'idea, una formula di concetti nel mio cervello, che determinava quella risoluzione. Io ho pugnalato codesta formula.

Soltanto ora vedo che sei un uomo come me.
 
Questa è la frase più bella nel romanzo e ne racchiude tutto il senso.
 
Quando un romanzo ha quasi 100 anni e riesce ancora ad avere qualcosa da dire: quando si riferisce ad eventi lontanissimi nel tempo, eppure potrebbe benissimo riferirsi a fatti più recenti, allora vuol dire che è un capolavoro, e che merita di essere letto.

Voto: 10

venerdì 25 agosto 2017

Le mille luci del mattino...

... di Clara Sanchez.

La scheda del libro sul sito della Garzanti

Emma, dopo la rottura con il fidanzato e convivente Raul, trova lavoro presso una grande azienda. La sua sede di lavoro è un grande palazzo di vetro nel quartiere finanziario di Madrid, dove Emma dapprima comincia come receptionist, fino ad arrivare ad essere l'assistente del vice presidente. All'interno della Torre di Vetro, come lei ha soprannominato la sede dell'azienda, le persone intrecciano strane relazioni, custodiscono segreti e vivono vite parallele a quelle che vivono "fuori", nel mondo reale, per così dire. Emma, dal suo punto di osservazione privilegiato, scopre bugie e falsità che si nascondono dietro vite e comportamenti all'apparenza perfetti ed irreprensibili.

Andando dritto al sodo, questo romanzo non mi è piaciuto. L'ho trovato noioso, pedante e surreale (ma non in senso buono).
Emma narra in prima persona la sua ascesa, in senso letterale e metaforico, all'interno della Torre di Vetro: dal piano terra della reception, fino al diciannovesimo piano dove ha sede la vicepresidenza. Quando giunge a lavorare come assistente del vice presidente, Emma comincia a sospettare che qualcosa non vada. Non ha lavoro da fare, perchè il vice presidente non ha niente da fare. Quindi niente appuntamenti, niente lettere da scrivere, appunti da sistemare, eccetera. Bloccata in questa situazione a metà strada fra il romanzo surreale (come dicevo prima) e il mobbing, Emma comincia a inventarsi cose da fare pur di non starsene con le mani in mano. Inconsapevolmente questo suo smaniare per lavorare metterà in allarme l'intera struttura aziendale, creando il sospetto che il vice presidente stia tramando qualcosa. Da qui, Emma comincerà pian piano a scoprire le storie che sono dietro ogni personaggio dell'organigramma.

Detta così, la trama del romanzo sembra anche interessante. Peccato però che ci siano due ordini di problemi.

In primo luogo, Emma è un personaggio piatto. La sua voce narrante è lenta, noiosa, priva di emozione. Mi ha ricordato il tono piatto e monocorde con cui certe volte i traduttori riportano i discorsi che che devono tradurre (niente contro i traduttori, eh, ma è ovvio che traducendo non possono anche simulare il tono di chi parla). Potrei anche paragonarla alla gioiosa verve con cui una volta leggevano in TV le estrazioni del lotto. 
E' come se Emma osservasse cose, situazioni, persone in maniera distaccatissima, asettica, neutrale. Ad un certo punto, vista anche la tendenza della protagonista a immaginarsi storie sordide dietro ogni comportamento delle persone che osserva (storie che poi puntualmente si riveleranno vere, ma questo è un altro discorso), ho cominciato a pensare che alla fine avremmo scoperto che Emma fosse una psicopatica, che avesse un disturbo della personalità, che tutto quello che raccontava fosse una realtà distorta dal suo disturbo. E invece no.
La cosa bella è che, leggendo altre recensioni, ho notato che anche altre blogger avevano avuto la stessa impressione! Per esempio, date un'occhiata alla recensione sul blog La libreria di Tessa: la blogger ha avuto le mie stesse identiche impressioni.

Il secondo ordine di problemi riguarda le storie che Emma scopre o immagina prima e scopre poi. Sono tutte storie potenzialmente interessanti ma brevi e slegate tra di loro. Insomma, sono giusto un gradino sopra il pettegolezzo da ufficio, perchè non costruiscono un affresco coerente.

L'unica cosa che forse riesce bene a questo romanzo è di fornire una spaccato dalla vita alienante che conducono gli impiegati di una grande impresa, dove la competitività è spinta fino all'accesso, i rivolgimenti della fortuna sono dietro l'angolo e ogni mossa viene guardata con sospetto. Ma se questa fosse stata davvero l'intenzione dell'autrice, forse sarebbe stato meglio concentrarsi su questi punti, invece di raccontarmi le classiche storielle di bugie, tradimenti, relazioni clandestine e simili.

Voto: 5

giovedì 24 agosto 2017

La ragazza con l'orecchino di perla...

... di Tracy Chevalier.

La scheda del libro sul sito della Neri Pozza

Olanda, XVII secolo. Griet è un'adolescente quando, per aiutare la famiglia, in gravi difficoltà economiche da quando suo padre è diventato cieco in un incidente sul lavoro, va a servizio nella casa del grande pittore Johannes Vermeer. L'uomo da subito nota che Griet, nonostante la sua giovane età e la sua scarsa cultura, ha un'intelligenza e un senso estetico fuori dal comune.  Inizia così un rapporto a distanza fra l'uomo e la ragazza, una passione nascosta e tenuta a freno dalle convenzioni,  in cui si intrecciano l'amore per la pittura e i sentimenti più reconditi dei protagonisti.

La ragazza con l'orecchino di perla ci narra cosa c'è dietro il famoso quadro di Vermeer La ragazza col turbante. Su uno sfondo storico abbastanza accurato, si dipana la storia di Griet, giovane cameriera inesperta in una grande casa, e quella del suo tenebroso padrone, pittore all'apice della carriera, ombroso, misterioso e sfuggente.
Il romanzo è narrato in prima persona da Griet, la quale racconta le vicende di cui è protagonista con lo stesso tono entusiasmente che uso io quando leggo per telefono la lista della spesa a mio marito.
Il tono è infatti piatto e privo di colore; perfino alcuni eventi tragici come la peste che colpisce la città, con la famiglia di Griet isolata nella zona posta in quarantena, vengono snocciolati senza pathos alcuno.

La storia è incentrata sui rapporti tra i personaggi, ma sono proprio questi a non funzionare affatto. Griet non ha alcun tipo di preparazione culturale, eppure riesce meglio di chiunque altro a destreggiarsi nell'aiutare il suo padrone con colori e sfumature, arrivando persino a dargli consigli su come modificare la luce in un dipinto, o cosa spostare per far funzionare un quadro. Un talento naturale e improvviso, insomma. Se a ciò aggiungiamo che praticamente ogni uomo che Griet incontra le cade ai piedi; e che la moglie di Vermeer è da subito (da quando la vede in casa sua prima che lei vada a servizio) gelosa di lei; e che la figlia maggiore dei Vermeer è immotivatamente crudele con lei, ci rendiamo conto che Griet è uno di quegli odiosi personaggi che sanno fare tutto senza sforzo, e che vengono osteggiati senza un vero perchè da personaggi invidiosi di loro, personaggi che hanno lo spessore di un foglio A4 e la cui unica funzione nel romanzo è far brillare la virtù e la bontà della nostra eroina. Insomma, Griet è una Mary Sue [1] fatta e finita, insomma.

L'asse portante del romanzo, ovvero lo sviluppo della passione tra la servetta e il famoso pittore, è semplicemente inconsistente. Nasce perchè sì e si nutre... ecco, esattamente, di cosa si nutre per crescere? Non saprei individuare nel romanzo le ragioni che fanno crescere questa passione.
L'episodio cardine della storia, cioè quando Griet indossa il famoso orecchino per posare per Vermeer, suscita un tale putiferio, scandalo e sommovimento di passioni in casa Vermeer, ma io non sono riuscita  a spiegarmi perchè. Cioè, non era la prima volta che il pittore dipingeva servette o popolane, e non era la prima volta che queste indossavano abiti o accessori presi dall'armadio della padrona di casa, ma Griet suscita scandalo. Perchè? Boh. Perchè sì.

Il romanzo resta molto fiacco. Ottimo e intrigante nelle intenzioni e nello spunto, oscuro e inconcludente nel suo sviluppo, nonostante lo sfondo storico interessante.
Voto: 5 

[1] Se non sapete cosa sia una Mary Sue, cliccate qui

martedì 22 agosto 2017

Vita bassa e tacchi a spillo...

... di Polly Williams.

La scheda del libro sul sito della Piemme Edizioni

Amy è una giovane mamma londinese. La piccola Eve non è stata esattamente programmata, ma Amy e il suo compagno Joe cercano di far funzionare le cose e di costruire una famiglia solida. Un giorno però, mentre passeggia con Eve, Amy vede Joe in atteggiamento molto molto intimo con una donna... Il suo mondo crolla, e Amy si trova improvvisamente a chiedersi cosa è successo alla sua vita, da dove vengono quei chili di troppo e quei vestiti sformati così diversi da quelli che le piacevano una volta. Dopo il primo momento di crisi, però, Amy decide che è arrivato il momento di rimettersi in carreggiata e di cambiare tutto quello che non le piace della sua vita attuale.
Amy sta attraversando il classico periodo difficile conseguente al parto. Quando la gravidanza giunge al suo termine naturale, ti ritrovi con un neonato e senza avere la più pallida idea di cosa fare. Ad aggravare la situazione, la giovane madre assiste ad un tradimento del suo compagno, e senza avere il coraggio di parlarne con lui, continuerà a rimuginarci sopra e prenderà tutta una serie di decisioni (alcune innocue, altre decisamente meno) che rischieranno di trasformare tutta la sua vita in un fallimento.
Questo libro sembra a prima vista un altro tipico romanzo di chick lit inglese. In realtà è qualcosa di diverso. È un romanzo sulla maternità, anzi, per essere precisi su quanto sia difficile essere madri. In particolare, su quanto la maternità reale sia diversa da quello stato di grazia raccontato da libri, film e anche da parenti e amici. Oggi giorno, anche grazie a facebook e a diversi blog, la maternità reale è molto più discussa di un tempo, ma questo romanzo è del 2006, quindi ha comunque una sua ragione d'essere. E lo apprezzato per questo.
Tuttavia, il mio giudizio su questo romanzo non è univoco. Se da un lato mi sono trovata a leggere righe annuendo e pensando "oh, quanto è vero!" (e qualche volta la schiettezza di certe affermazioni sulla maternità mi ha strappato una lacrimuccia), altre volte mi sono ritrovata a leggere episodi di una superficialità sconcertante.
Esempi del primo tipo:
Il problema è che una volta che hai sfornato il suo nipotino, qualunque mamma o suocera ritiene di avere il pieno e completo diritto di accesso nella tua vita. [...] E quello che invece vorresti da loro è che fossero lì la mattina a darti il cambio per farti recuperare un po' di sonno arretrato, prepararti il tè e poi sparire nel nulla. Ma non lo fanno.
Oppure:
In quel momento, Londra sembra un posto assai benigno e mi sorprendo a riflettere che, nonostante tutti gli sforzi dei genitori per incasellarli nelle scuole giuste, e nelle regole, e nelle diete, l'esuberanza dei piccoli resiste a tutto. E sono proprio i bambini a civilizzare posti come Londra, a conferirle una certa umanità.
In particolare trovo questa frase molto bella e profonda.
Ma poi mi ritrovo a leggere di persone, protagonista compresa, che fanno un lifting a 32 anni perché convinte di essere vecchie; o di persone, ancora una volta protagoniste compresa, che si vergognano di entrare in un certo negozio perché considerato da "sfigati" (roba che manco a 14 anni!) e allora sì che resto un po'perplessa. E queste situazioni da me citate vengono considerate normali; cioè non viene in alcun modo messo in evidenza che si tratti di aberrazioni, di esasperazioni di persone probabilmente frustrate per altri motivi.
Il personaggio di Amy è il più approfondito e quello riuscito meglio; eppure anche lei ha dei momenti di sconcertante surrealismo. La decisione di non rivelare a Joe di averlo visto con un'altra, man mano che le pagine del libro fluiscono, diventa sempre meno giustificabile logicamente, ed appare evidente che sia dovuta esclusivamente ad esigenze di trama. Ancora, trovo inspiegabile la decisione di Amy di frequentare tutta una serie di personaggi orribili, che lei mal sopporta ma che si sente costretta a vedere con regolarità perché madri come lei. È come se davvero Amy non fosse esistita prima della sua maternità. Capisco che un figlio ti cambia la vita, ma questo taglio netto tra prima e dopo mi è sembrato francamente esasperato al punto da apparire irreale.
Eppure in una cosa questo romanzo riesce bene. Pur con i suoi alti e bassi, riesce a parlare di maternità con sincerità, descrivendo anche quelle sensazioni negative che ogni madre prova, ma che non vengono confessate neanche sotto tortura.
Insomma, lo consiglierei a chi ama il genere.
Voto: 6 e 1/2.

domenica 20 agosto 2017

La regola dell'equilibrio...

... di Gianrico Carofiglio.

La scheda del libro sul sito Einaudi

Guido Guerrieri è un avvocato penalista a Bari. Single, malinconico, pericolosamente vicino alla mezza età e con la tendenza a riflettere su tutto e ad intrattenere un ricco dialogo con se stesso, Guido entra in crisi quando si trova difendere un giudice su cui pesa un'accusa di corruzione. Il giudice è un tipo duro e irreprensibile; il pentito che lo accusa di provata attendibilità. E allora? Dove sta la verità? L'avvocato Guerrieri dovrà lavorare su un caso che metterà a dura prova le sue certezze.
 
Quinta indagine dell'avvocato Guerrieri, sognatore malinconico e solitario. Guerrieri come sempre cerca di barcamenarsi fra l'esigenza di svolgere il suo lavoro nel migliore dei modi (e questo comporta anche difendere i colpevoli) e la necessità di non tradire la sua coscienza e il suo senso di giustizia.
Molte pagine del romanzo sono dedicate a questo interessante dilemma che chiunque si sia mai avvicinato alla professione di avvocato e allo studio del diritto ha conosciuto: la difesa è un diritto inalienabile e costituzionalmente garantito: l'avvocato DEVE fare di tutto perché il suo cliente sia assolto; come si combina questo con l'etica, la morale, la coscienza?
Gianrico Carofiglio spiega il suo punto di vista sulla questione, punto di vista che io ho trovato estremamente chiaro, interessante e ben argomentato. Ho amato le pagine in cui il protagonista parlando a se stesso o ad altri personaggi spiega questa dualismo della professione di avvocato e spiega la necessità della difesa tecnica e la sua eticità.
Essendo stata avvocato, e parte di quel meccanismo per diversi anni, ovviamente ho apprezzato tali argomenti; mi resta però il dubbio che un lettore non altrettanto interessato o informato sulla materia possa trovare noiosi e pesanti i suddetti passaggi. Io li ho trovati molto stimolanti anche perché, a parer mio, ben inseriti nella trama.
 
Il caso giuridico che occupa la storia è quello di un giudice accusato di corruzione: un caso delicatissimo che tocca il cuore degli ingranaggi che fanno funzionare la giustizia, e tocca nel profondo anche la morale dell'avv. Guerrieri.
 
Com’era quella frase dei Fratelli Karamazov? «Chi mente a sé stesso e presta ascolto alle proprie menzogne arriva al punto di non distinguere piú la verità, né in sé stesso, né intorno a sé». La citava spesso mio nonno, e diceva che la regola dell’equilibrio morale consiste nell’opposto del comportamento descritto in questa frase. Consiste nel non mentire a noi stessi sul significato e sulle ragioni di quello che facciamo e di quello che non facciamo. Consiste nel non cercare giustificazioni, nel non manipolare il racconto che facciamo di noi a noi stessi e agli altri.
 
Come sempre l'autore riesce a rendere comprensibile, semplice e viva la procedura e le sue regole. Questa resta la ragione per cui amo ogni volta di più i romanzi di questo autore. Carofiglio è uno dei pochi autori italiani, se non l'unico, che riesce a scrivere dei legal misteries (o meglio, dei procedural) all'italiana, utilizzando un sistema giudiziario che per sua stessa natura poco si presta a questo tipo di opere.
Ma la definizione di procedural sta stretta a quest'opera di Carofiglio, perché l'approfondimento psicologico dei personaggi, in particolar modo del protagonista, e altresì l'approfondimento di temi etici e morali conferiscono a questo romanzo uno spessore e una complessità di tutto rispetto.
 
Un buon romanzo, ben scritto, profondo e interessante. Sconsigliato a chi in questo genere cerca esclusivamente ritmo e adrenalina.
 
Voto: 7 e 1/2

sabato 19 agosto 2017

La perfezione non è di questo mondo...

... di Daniela Mattalia.


Torino, ai giorni nostri. Adriano è un ottantadueenne, professore di filosofia in pensione, che ha appena perso la moglie. Eppure la vede ancora, all'ospedale Le Molinette dove è morta, ma lei non gli rivolge la parola, sembra pensierosa, affaccendata. Ma Adriano la vede davvero, o è un sintomo di una follia oramai ineluttabile? Cercando di capire cosa sta accadendo, Adriano incrocerà le vite di altri personaggi: la libraia Gemma; il giovane grafico precario Fausto con il suo cane indisciplinatissimo; Olga, una anziana signora ricoverata per una gamba rotta; Angelo, un tassista sempre presente e un po' filosofo.

La perfezione non sarà di questo mondo, va bene, ma alcune opere però ci vanno vicino.
Questo romanzo è delizioso, delicato, leggero e divertente.
L'autrice, che esordisce con questo libro, ci presenta quattro personaggi principali, più uno (il tassista Angelo) che funge da jolly e da collegamento a tutti loro.
Sembrerebbe che Adriano, Fausto, Gemma e Olga non abbiano nulla in comune, ed in effetti è così. L'unica cosa che li lega è che le loro vite sono ad un punto di svolta senza che loro se ne rendano pienamente conto. Sono persone comuni, con vite al limite della banalità che però, più o meno inconsapevolmente, entrano in contatto con i grandi temi dell'esistenza.
Adriano è rimasto vedovo, e dopo una vita passata con una compagna che adorava, sicuramente si trova ad un bivio. Ma non sa che c'è ancora qualcosa da fare, qualcosa da capire prima di poter elaborare il suo lutto.
Gemma è sul punto di perdere il lavoro, o forse no? E dovrà trovare il coraggio di non avere paura di cambiare, di amare, di vivere.
Olga invece è messa su una strada inconsueta da un incidente che le cambierà letteralmente la vita.
Fausto invece vive un po' come fa il suo simpatico cane Archibald: correndo giocoso, senza fermarsi a pensare, prendendo quello che di bello c'è in giro. L'incontro casuale con Adriano lo aiuterà a cambiare punto di vista.
E su queste vite al bivio aleggia l'ombra della morte. 

E' interessante notare che l'autrice abbia scelto di usare la morte per parlarci della vita.

"Ma quelle dei romanzi sono vite inventate," aveva obiettato Adriano.
"Gli scrittori non inventano" aveva replicato lui. "O meglio, inventano per capire. E si cerca di capire la realtà. Sempre". 

E' come se guardassimo le vite dei protagonisti mettendole a fuoco con una lente fornitaci da chi ora non c'è più... o meglio, da chi non dovrebbe esserci più ma continua ad indugiare su questo piano di esistenza materiale.
Il libro ruota intorno alla domanda di Adriano: sua moglie è davvero ancora qui, o il vecchio professore di filosofia comincia a dare i numeri? E mentre cerchiamo una risposta intorno a noi scorre la vita che l'autrice ci racconta. Con profondità, ma senza essere pesante. Con ironia, ma senza deridere i protagonisti.
Mi pare un bel modo di parlarci del dolore, del lutto, della vita che va avanti, che lo si voglia o no, e dell'amore, che non muore.
Insomma, questo romanzo mi è piaciuto tantissimo. E' una lettura gentile, delicata, stimolante e piacevole. 
Consigliatissimo.

Voto: 8